Hai visto “Gioventù, amore e rabbia”? Lo conosci appena e la domanda è una sorta di presentazione, un po’ come chiedere se è comunista o fascista, se è come te o no, e se non lo è, se non l’ha visto, non seguiranno altre domande, anzi non seguirà nessuna parola. Questo era il film per noi e questo eravamo noi col nostro settarismo ideale e ingenuo, col nostro bisogno di moralità vera, senza compromessi, senza mezze misure.

E questo era Colin, ci rappresentava tutti. Adesso c’è paura a rivedere il film dopo tanti anni e tanto silenzio: quando è stata l’ultima volta che un canale televisivo l’abbia trasmesso, che qualche circuito l’abbia riproposto? La paura è non ritrovare le stesse emozioni, che ormai sia “datato”, come si dice. Paura, soprattutto, che i nostri occhi siano diversi, che siamo noi i datati, che la scorza accumulata in cinquant’anni (il film è del 1962) ci abbia reso incapaci di slanci autentici e ci spinga a razionalizzare, a fare i distinguo, gli stupidi confronti fra ieri e oggi. Ci vuole coraggio ad accendere il DVD e a dare l’okay all’inizio.

 

Ed è subito Colin che corre in mezzo a una vegetazione scheletrica, che il bianco e nero rende impietosa, grigia e umida, ma che è la sua dimensione: lui è uno che corre, non per raggiungere un traguardo, piuttosto per una forza interiore che lo spinge e che ha a che fare con “la solitudine del maratoneta”. Gli altri non sono mai i compagni che supera o il pubblico che, alla fine, lo incita, gli altri sono quelli che stanno dentro, sempre presenti nella mente e che puntualmente si riaffacciano ogni volta che si mette le scarpette ed esce dal cancello di quel maledetto riformatorio per allenarsi: c’è una gara da vincere, un trofeo prestigioso ambito dal direttore, che potrebbe vantarsene, quindi Colin non deve deluderlo, non può deluderlo. E così all’alba esce nella bruma e comincia a correre con quelle gambe secche e storte, quell’aria sgraziata, la faccia ossuta e gli occhi che si guardano intorno, poi in alto verso il cielo. Ma il cielo è nascosto dai rami secchi e il sole non c’è mai. Che importa? Lui è libero. “E’ una pacchia fare il maratoneta, fuori del mondo per conto tuo senza un’anima che ti faccia saltare la mosca al naso o che ti dica cosa devi fare o che c’è un negozio da svaligiare in fondo alla prossima strada. A volte penso che non sono mai stato tanto libero come durante quel paio d’ore in cui trotterello su per il sentiero fuori dai cancelli e svolto davanti alla quercia panciuta e nuda in fondo al viottolo” (Alan Sillitoe, La solitudine del maratoneta, Roma, BEAT, 2009, pag.17).



Uno psicanalista direbbe che la corsa per lui è terapeutica, che fa affiorare le immagini del passato, della sua vita difficile, trascorsa fra i fumi della cintura operaia di Nottigham. In realtà non c’è mai tristezza o confusione nel suo sguardo, solo lucidità e determinazione. Era lucido quando assisteva alla morte del padre, operaio sfruttato e ribelle fino all’ultimo. O quando provava fastidio per “il ganzo” della madre, che voleva essere il padrone in casa ed invece era una nullità, come anche per la madre, che aveva sperperato i soldi dell’assicurazione e che ne aveva dati anche a lui perché se la godesse. Ma la scena di Colin che brucia la banconota ha un che di rivoluzionario, come chi brucia una bandiera che disprezza, come chi vorrebbe bruciare il mondo intero. Eppure quanta dolcezza c’è in lui, quando Audrey gli chiede che cosa vuol fare e lui semplicemente : “voglio vivere e vedere che succede”. In fondo questi ragazzi del riformatorio lo vogliono un futuro, migliore di quello che conoscono, anche se non sanno costruirselo né secondo i canoni borghesi né in senso coscientemente rivoluzionario. Basta vedere la scena straordinaria del coro. Un ragazzo è scappato e viene ripreso proprio mentre gli altri assistono ad un ridicolo concerto voluto dal direttore e loro stessi sono invitati a cantare l’inno Jerusalem, inno di speranza e di fede, tanto assurdo in quel luogo. Eppure tutti gli occhi brillano mentre cantano, tutti guardano gioiosi e si sgolano come rapiti, mentre, nello stesso momento, in una cella del riformatorio, il ragazzo scappato subisce la punizione atroce. Non a caso il motivo di quell’inno accompagna il film in sottofondo fin dall’inizio, a rappresentare le contraddizioni e le ipocrisie di una società, tutt’altro che trasformata.

Nel lungo racconto di Sillitoe, da cui il film è tratto, non ci sono le due ragazze, Audrey e l’amica, che Colin e Mike abbordano per strada e con cui vivono pochi delicati incontri. Il bianco e nero è più luminoso ma il paesaggio resta comunque squallido, anche quando si tratta del mare e delle dune sabbiose con radi cespugli. Sono dolci queste ragazze, tutt’altro che sensuali e provocanti. Infagottate in cappotti larghi, gonne sotto il ginocchio, foulard a coprire i capelli, colpiscono i loro visi, i loro sguardi chiari e sinceri, la “pulizia” interiore che emanano. Audrey vorrebbe che Colin cercasse un lavoro, per vederlo salvato, ha paura per lui, glielo fa capire senza tante parole, bastano i suoi occhi sorridenti: brevi frammenti sereni, trascorsi sdraiati fra le dune come fuori dal mondo. Anche a lei Colin pensa mentre corre e non sapremo se la loro storia potrà mai avere un seguito. Soprattutto dopo la fine della gara.

E arriva finalmente il giorno della gara, con cui il direttore vorrebbe dimostrare la propria capacità di gestire in modi innovativi una struttura di rieducazione, cioè capacità di educare di nuovo, di imbrigliare la violenza dei ragazzi reclusi, di dirigerla verso traguardi sportivi al di sopra di ogni differenza di classe. I ricchi recitano la parte dei magnanimi, come se bastasse una stretta di mano fra avversari di corsa campestre a cancellare secoli di sfruttamento. E Colin deve essere la prova vivente, l’animale ammaestrato che deve addentare il trofeo e portarlo al padrone. Nel racconto di Sillitoe il maratoneta, fin dall’inizio degli allenamenti, ha in mente il suo piano. Nel film sembra che, invece, la decisione finale venga presa proprio durante la corsa. E’ vero, Colin è sempre stato furbo e intelligente, non si è mai sognato di diventare quello che il direttore voleva da lui. Ma è nel corso della gara che la decisione diventa una sentenza, un atto di affermazione, una rivincita morale che scaturisce dalle ultime immagini che lo accompagnano nella sua solitudine: gli occhi del padre morto, il compagno scappato e massacrato di botte, le parole del direttore sulla bellezza delle gare olimpiche. Già, le Olimpiadi, la grande kermesse sportiva che muove miliardi, mascherata da un falso spirito pacifista, “che cosa può esserci di meglio per un giovane”?. No, non sono i valori di Colin, moderno titano, che a pochi metri dal traguardo si ferma e lancia un sorriso di sfida. Non lo capiscono i compagni, volevano che vincesse, volevano rimanere “schiavi del sistema”, come allora si diceva. O forse semplicemente volevano sentirsi compagni del vincitore per un giorno. Ci chiediamo se poi avranno capito questa educazione vera, Sillitoe lo suppone, Richardson non lo dice. Che fine farà Colin dopo? Come prevedibile, l’ultima scena ce lo fa vedere retrocesso al lavoro più duro, nel buio capannone degli attrezzi accanto ai ragazzi nuovi. Nel racconto di Sillitoe lui alla fine uscirà e ricomincerà a preparare piccoli furti e a correre per non farsi beccare. Ma la sua storia la scriverà, perché ha avuto tanto tempo per rifletterci sopra: “Darò questa storia a un mio amico e gli dirò che se finisco di nuovo in braccio ai poliziotti può provare a farla mettere in un libro o qualcosa del genere, perché mi piacerebbe vedere la faccia del direttore quando la legge, se lo fa, cosa che non credo farà mai; e anche se la leggesse non credo che capirebbe di cosa si tratta” (op. cit., pag 57). Evidentemente lo riprenderanno.


Troppo facile accusare Colin di velleitarismo, di mancanza di coscienza di classe, di ribellismo. La sua lotta non si avvale di insulti, di violenze, di gesti eclatanti, non prende di mira persone o istituzioni singole ma un intero mondo basato su un falso concetto di onestà. E’ lui l’onesto vero, lo spiega più volte nel corso della narrazione in prima persona. La maratona solitaria, corsa senza traguardi e con gli occhi puntati al cielo grigio, mantiene ancora tutta la sua carica ideale e Colin ci può rappresentare ancora, se ancora è questo che vogliamo.

 

 

 

 


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