Perchè decidere di chiamare una sezione di una rivista appena nata acéphale? Molto sinteticamente, forse in modo sin troppo brutale, perchè è mia convinzione che più che mai vi sia urgenza oggi in chi fa ricerca, in chi fa cultura, di un “passo” del pensiero che rivendichi la necessità di farla finita con un discorso asservito ad una «testa», ad un «capo», ad un'ossessione per la fondazione.

Il nome Acéphale ha un'origine che merita di essere ricordata.  Il 29 aprile 1936 Georges Bataille è ospite del pittore surrealista André Masson in Spagna, a Tossa de Mar, e in quell'occasione mette mano alla redazione di quello che possiamo considerare il manifesto di una nuova rivista che di lì a poco nascerà e che avrà per nome Acéphale; in questo manifesto si legge quanto segue:

 

La vita umana non ne può più di servire da testa e da ragione all'universo. Nella misura in cui diventa questa testa e questa ragione, nella misura in cui diventa necessaria all'universo, essa accetta un asservimento. Se non è libera, l'esistenza diventa vuota o neutra e, se è libera, un gioco. La Terra, fino a quando ha generato soltanto cataclismi, alberi o uccelli, era un universo libero: la fascinazione della libertà si è offuscata quando la Terra ha prodotto un essere che impone la necessità come una legge al di sopra dell'universo. Ciò nonostante, l'uomo è rimasto libero di non rispondere più ad alcuna necessità: è libero di somigliare a tutto ciò che non è lui nell'universo. L'uomo è sfuggito alla propria testa, come il condannato alla prigione.

 

Tenuta ferma dunque la necessità di rivendicare un’esistenza liberata dalla tendenza sin troppo umana a ricercare un valore/guida trascendente che ne giustifichi il cammino è bene porre l’autentica questione: cosa ambisce a diventare lo spazio che, con queste poche parole, compie il suo primo passo? Ambisce ad essere lo spazio dell’esercizio di un non-sapere radicale. Esercitare il non sapere non vuol dire altro che sintonizzarsi sull’unico luogo che un pensiero critico degno di questo nome deve frequentare e cioè il limite stesso che segna il pensiero e il suo articolarsi per concetti. È un gioco di sottrazione e di esposizione al limite che segna e scava il pensiero: sottrazione nella misura in cui la fissità delle forme nelle quali la vita perlopiù trascorre non può che generare insofferenza e dunque desiderio di evasione, esposizione perché è solo facendo esperienza di un continuo debordare del pensiero in ciò che ad esso si sottrae (l’infinita ricchezza dell’esistenza) che cogliamo l’insufficienza di cui, come umani, siamo espressione.  In fondo questo non sapere, di cui questo spazio vorremmo fosse la superficie di proiezione, lo si esperisce quando nella scrittura sentiamo che il linguaggio giunge al proprio limite: non sapere significa flirtare con il limite su cui si affaccia la lingua. In fondo noi umani sentiamo, siamo nel sentire quando il linguaggio perde colpi, quando gira a vuoto, quando si inceppa, quando non ci accompagna più…lasciandoci soli in questo sentire. Si tratta allora, come già ammoniva Beckett, di ri-tentare, di ri-provare, di fallire ancora… di fallire meglio la ricchezza dell’esistenza, l’opera che ostinatamente vuole dirla. Lo spazio che qui inauguriamo ha come unica preoccupazione quella di mancare, con l’opera, detta ricchezza e la mancherà mantenendosi aperto a compagni di viaggio che di volta in volta sentiranno il desiderio di mancarla, di mancarla meglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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