- Buonasera.

- A lei.

- Provo forse imbarazzo, non so bene come iniziare.

- Lei è esitante, non c'è motivo. Ha voluto venire.

 - Per me è la prima volta, con la psicanalisi. Lei sarà abituata alle interviste.

- Sono tutte uguali, alla fine. Di solito ognuno di voi giornalisti cerca una partenza un po' a effetto, come per caricarsi o per stupire.

- No, io sono proprio da un'altra parte.

È per questo che non sa da dove cominciare? Da che parte sta?

- Il fatto è che lei è iniziata tanto tempo fa.

- È la mia età che la preoccupa?

- No, non credo, forse una parte di me si trova in un'incertezza che non vuole andare via.

La psicanalisi aveva lo sguardo lontano, verso la strada. Dalla terrazza del caffè si vedeva la città spingersi nel tramonto. - C'è traffico. Ha preso un taxi? -, domandò.

- Si. Abbiamo iniziato a parti invertite, dovrei essere io a farle domande.

- Non me le fa, credo anch'io che dovrebbe. È il suo compito.

- Vorrei parlarle proprio di questo.

- Allora lo faccia, se vuole. Io sono abituata ad ascoltare. Anche con voi giornalisti alla fine succede sempre. Gliel'ho detto. Partite in quarta, poi diventate buoni buoni e fate quasi una seduta. Vi confidate, io devo starvi a sentire, alla fine dico due cose e non posso nemmeno farvi pagare.

- Non le sembra giusto?

- Ma non lo so, cosa vuole che le dica. Comunque, sta migliorando: mi ha fatto una domanda.

- Si, ha ragione. Mi scusi. Non volevo farle perdere tempo.

- Non deve scusarsi con me. Però vada avanti. Il fatto è che non abbiamo molto tempo.

- Ha fretta? 

- No. Ho una certa età.

- Ha paura di morire?

- Che domanda è?!

- Va bene. Cominciamo dalla nascita, com'è successo?

- Credo che i suoi lettori lo sappiano, tutti lo sanno. L'ipnosi, Charcot, le isteriche, la cura parlante, che sarei io. Lo sapete da centoventi anni.

- Si, ma le chiedevo come è accaduto.

- Lei sa come nascono i bambini e non sa come è nata la psicanalisi! È venuta al mondo come tutti, naturalmente. Ci vogliono una madre e un padre.

- Mi dica di loro.

- Sono stati buoni genitori, hanno avuto tanti figli.

- I suoi fratelli e sorelle.

- Io non ero come loro, ero diversa.

- In che senso?

- Siamo stati fratelli o sorelle solo per parte di padre.

- Vostro padre era Freud e vostra madre Martha...

- La sua intervista sta cominciando a diventarmi simpatica. Le dò uno scoop. Prenda Anna, per esempio. Io e Anna siamo sorellastre, non abbiamo avuto la stessa madre.

- Cosa vuol dire?

- Io sono nata da mio padre e da una domanda.

- Lei sa che ho studiato a lungo per incontrarla. Conosco la sua storia. Lei questa cosa non l'ha mai detta.

- Non so. Sarà che ci sto prendendo gusto. Anna, Ernst e tutti i miei fratelli erano figli di Martha. Lei era una donna molto attiva, una persona affettuosa. Aveva grandi capacità organizzative, mandava avanti tutta la vita della famiglia. I Bernays erano così, molto pratici. Tra me e Martha c'è stato sempre molto rispetto, anche se ci parlavamo poco. Lei era troppo accorta per diventare invadente. Sapeva quanto papà Sigi Schlomo mi voleva bene, ero la sua creatura.

- Lei si trovava meglio con Minna, sorella di Martha.

- Si, lei mi capiva, parlavamo spesso insieme, peccato che di queste conversazioni non sia rimasto niente.

- Il suo rapporto con Anna come è stato?

- Abbastanza buono. Certo, non mi piaceva che volesse cambiarmi.

- In che senso?

- Non aveva molto rispetto per nostro padre e neppure per mia madre. Era animata da un’idea benefica di me: mi aveva preso per una pratica medica, pedagogica o non so che altro. Insomma, mi voleva normalizzare. Sapesse quante volte abbiamo litigato. Io le dicevo che non era possibile, non volevo diventare una psicologia o una psicoterapia.

- Forse desiderava che lei diventasse un insieme di risposte, che perdesse il carattere di mancanza di sua madre.

- Non sono sicura di seguirla.

- Pensavo a Maurice Blanchot: la risposta è le malheur  della domanda, la sua infelicità, il suo malessere. La maledice, la soffoca.

- Vedo che ha una buona preparazione. Mia madre e Anna non si prendevano.

La psicanalisi guardò di nuovo oltre i tavolini del caffè. Un breve silenzio.

- Ripenso a ciò che lei ha detto. Non sempre sono riuscita a mantenere un’etica. A volte ho accettato di confondermi con i saperi, le consolazioni, le ricette e le morali.

- Avrà avuto i suoi motivi.

- Si. Intanto mio padre. Aveva paura che io scomparissi. Era un grande uomo. Quando c’era da difendermi faceva e scriveva le sue cose migliori. Però aveva paura di perdermi. Che io mi perdessi. Allora cercava di proteggermi cercando per me qualche buon matrimonio… (sorriso divertito). Scherzo, l’ho amato senza confini.

- Anche Anna. C’era lei accanto a lui, l'ultimo tempo.

- Si, anche questo sta nei libri della nostra storia. Ma c’ero anch’io. Non ero rimasta a Vienna, anche perché mi avrebbero bruciato senza pensarci. Quel viaggio di corsa a Londra fu terribile. Per gli umani, certo, mio padre, Anna e gli altri. Ma anche per me. Avevo paura. Fuggivamo da un rogo sicuro per una destinazione pericolosa: avrebbero tentato di farci diventare anglosassoni. 

- Cos’aveva contro di loro?

- Niente. Gli angloamericani, gente simpatica, efficiente. A Jones volevo bene, lo chiamavo zio. Avevo paura, gliel’ho detto. Temevo che volessero uniformarci. Tentativi ci furono, prima e dopo la morte di mio padre. La psicologia dell’Io, la sfera quasi esente da conflitti, i meccanismi di difesa, persino la pediatria e le scienze pedagogiche volevano prendersi un po’ di noi.

- Forse non sempre lei è riuscita a resistere.

- In effetti è così. Ma era lo spirito del tempo. C’era stato il macello, dopo la guerra pochi avevano voglia di sentir parlare dell’io che non è padrone, della pulsione di morte, dell’angoscia o dell’inconscio. La gente voleva certezze al posto di incertezze.

- Risposte invece di domande.

- Si, ancora. È sempre così, lo è sempre stato. E poi, non dimentichi che mio padre era morto. Ero rimasta sola.

- Sua madre?

- Faticava. Volevamo stare insieme, ma non eravamo quasi mai sole. Sempre tanta gente, tanto mondo intorno a noi. I giornali, la radio, i libri, il cinema; poi arrivò anche la televisione. Negli anni ’50 ero già diventata un oggetto di consumo.

- Il successo definitivo.

- Sembrava che non si facesse ormai più niente senza di me. Gli psicanalisti continuavano a litigare, ma il successo era ovunque. Gli onori, la gloria. Dovevo fare patti con tutti. Gli junghiani, la psichiatria, i pediatri; perfino la Gestalt, Rogers, i comportamentismi, mi dica lei.

- Contenta?

- Anche. Ma mi pesava non riuscire a vedere mia madre. Tutti mi portavano in giro per il mondo, non c’era tempo. Quando ci vedevamo era bello. Ma le sentivo addosso sempre quel filo di tristezza, di cui non mi diceva.

- Dove vi incontravate?

- Lo sa, le domande non hanno fissa dimora, più sono grandi più sono nomadi. Ci incontravamo qua e là, più spesso a Londra. Poi all’inizio dei ’50 improvvisamente mi disse che voleva cambiare casa.

- Virtualmente.

- Sì, i suoi luoghi erano sempre virtuali. Ma era una signora, non dimentichi. Lo è ancora, ovviamente. E ci tiene sempre a costruire il virtuale come fosse reale. Ha una fantasia inesauribile, ha sempre costruito case inesistenti con una cura perfetta, dall’architettura all’arredamento, ai giardini.

- Case verosimili.

- Molto. La verosimiglianza è sempre stata la sua preferita forma di verità. Comunque, un giorno mi dice che vuole cambiare aria. 

- Per dove?

- Parigi. Vedo che ha già capito.

- Era per via di Lacan.

- Gli devo molto. Dopo mio padre, è stato il primo uomo che mi ha fatto perdere la testa.

- A sua madre piaceva?

- Tanto. All’inizio più a lei che a me. Era un seduttore, sapeva come convincere. Cuore e tutto.

- E la testa?

- Appunto. Lacan ha fatto con me quello che Marx ha fatto con la filosofia di Hegel. Mi ha capovolto, mi ha rimesso in piedi. Mi ero un po’ persa. Lo devo proprio dire: mi ha ridato la voce. Che, nel mio caso, è proprio la parola.

- Forse senza di lui neppure noi due saremmo adesso qui a parlare.

- Ha ragione. Sapesse come mi sono divertita. Mia madre, che aveva capito tutto prima di me, era sempre a Parigi e mi chiamava in continuazione. Lacan ogni volta che parlava e scriveva faceva di me un’altra cosa. Era fenomenale vedere gli altri psicanalisti, quelli dell’Internazionale, i conservatori, quelli che non riuscivano più a parlare in mio nome, andare in crisi ogni volta, indispettirsi, meditare vendette, scomuniche, altri roghi. Che meraviglia, che tempi irripetibili!

- Sfortunatamente oggi non è più proprio così.

 - No. Ma ci sono state e ci sono ancora altre cose, altri eredi con i quali sto volentieri. Non sono estinta, anche se mia madre ed io sappiamo che c’è sempre da combattere. Ad ogni modo, la mia storia con Lacan è stata straordinaria, ci siamo amati con una passione totale. Lo dico con umorismo, a causa della mancanza. Anche le nostre liti, talvolta furiose perché neppure lui aveva un carattere tenero, finivano per unirci sempre di più. Il fatto è che mi sentivo amata da lui. E grazie a lui da tanta gente, che finalmente non voleva solo servirsi di me per il potere o per fare soldi.

- Certo non eravate soli.

 - Quasi mai. Un’altra cosa per cui non potrò mai dimenticarlo è che mi ha fatto conoscere tante cose. In questo era come mio padre. La poesia, la letteratura, l’arte, la filosofia, la linguistica. Negli anni con lui ho conosciuto di persona Sartre, Merleau-Ponty, Camus, Kojève, Bataille, Blanchot, Heidegger, Barthes, Deleuze, Derrida, Nancy, altri ancora. Poi mi faceva leggere i classici: Platone, Aristotele, Cartesio, Spinoza, Kant, Hegel, Nietzsche…

- Quest’ultimo lo conosceva già.

- Si. Mio padre la notte si alzava a leggere Nietzsche e Schopenhauer, con buona pace di zia Martha. Poi una mattina all’alba mi disse che doveva smettere perché voleva inventare me: se avesse continuato a leggere loro, aveva paura di non riuscire a pensare nulla di nuovo.

- Tuttavia con Lacan c’è stato qualche momento critico.

- Lei fa una strana intervista. In genere tutti chiedono sempre le solite cose o mi fanno dire quel che vogliono, nel senso di cose che devono dire che avrei detto per tenere buoni i loro lettori. Una volta mi arrabbiavo, mi alzavo di scatto, lasciavo i caffè o le sale da tè belle come questa e arrivederci. Non sopporto le banalità, le parole previste. Lei non solo ha studiato, ma sembra che abbia un suo piano con me, mi incuriosisce. Dove vuole arrivare?

- Le domande le faccio io, abbiamo detto… (ridono).

- Va bene. Mi vengono in mente due momenti. Il primo fu colpa mia, lo ammetto. Quella volta che mi presi una sbandata per Winnicott. Mi piaceva, era un uomo elegante e british, con il suo aplomb. Ma quello che scriveva era poco stimolante. Un giorno mi mette nel suo Gioco e realtà. Mi leggo volentieri, nelle sue pagine. Una sera arrivo a quel breve frammento che si chiama Il luogo in cui viviamo . Non ne esco più. Una passione bruciante. Siamo stati insieme tutta la notte.

- Lacan l’ha perdonata?

- Lui diceva di sì.

- E l’altro momento?

- Accadde verso la fine, gli ultimi anni, prima della morte di Lacan. Lui era diventato “lacanismo”, stava succedendo la stessa cosa che era avvenuta con mio padre. Io ero di nuovo divenuta di maniera, di scuola, non si inventava più, i suoi allievi erano troppi, in Francia, in Italia, in Sudamerica. Troppi poteri, troppe mescolanze con le culture accademiche. Gli psicanalisti sono terribili, quando si tratta di stare insieme. Ci stavamo di nuovo perdendo. E mia madre aveva ricominciato a soffrire.

- Questo per lei è sempre il segnale più chiaro.

- Come lo sa? Pregavo Lacan di fare qualcosa, esci dai tuoi matemi, gli dicevo, fermiamo il treno, sciogli l’École Freudienne, ricominciamo, abbiamo forse già perso qualche anno.

- Rescio diceva la stessa cosa.

- Certo. So che lei lo sa. Sosteneva che Lacan ha sciolto la sua scuola con dieci anni di ritardo. Anche con Aldo Rescio mi sono trovata bene. Che bella storia con lui, anche se era un po’ troppo giovane per me. Peccato che non abbia avuto tanto tempo. In un certo senso ha portato a compimento quel legame con la filosofia e il pensiero critico che Lacan aveva iniziato a costruire. I suoi seminari erano letture affascinanti e la sua scrittura del tutto innovativa, piena di tesori inesplorati. Mia madre era molto contenta di lui, diceva che la faceva respirare. Il lavoro di Rescio su me e Heidegger è sorprendente. La sua Scuola Psicanalitica Freudiana era piccola ma agguerrita, molto radicale. La rivista “Trieb”, il riferimento allo stile della “teoria critica” di Adorno, Horkheimer e della Scuola di Francoforte, mi ha aperto nuove porte. A queste cose mi riferivo quando prima le dicevo che posso ancora sperare in nuovi eredi. Ma tutto questo lei lo sa già.

La psicanalisi aveva scandito le ultime parole con lentezza. Si fermò. Venne silenzio.

- Non vi basto mai. Perché? -, riprese.

- Abbiamo finito, vero? 

- Si. 

- È stanca?

- Un poco. A volte mi pesa l'eternità. Mio padre mi ha affidato a lei.

- Non so agli altri, a me lei non basterà mai, non sarà mai finita, sarà sempre a venire. Come la domanda da cui è venuta.

- Una conversazione non è una conservazione. Mi ha fatto piacere parlare con lei, mia cara. Sono curiosa. Questa altra storia di me che va a cominciare.

Le due donne si alzarono, lasciarono il tavolino del caffè, si allontanarono nel tramonto. La luce era poca, sembrò che la signora appoggiasse il suo braccio alla psicanalisi critica, in lontananza.

 

 

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