I Giorni felici di Stefania Accardi 

 

Il 21 settembre 2012 in via Giordano Bruno 13 a Firenze si è svolta la giornata in-augurale della stagione 2012-2013 di Psicanalisi Critica©. L’evento ha ospitato un frammento tratto da Happy days di Samuel Beckett interpretato dall’attrice Stefania Accardi.

 

 

 

 

Abbiamo fatto all’artista tre domande.

1) Perché la scelta di questo specifico frammento dell’opera di Beckett?

 

Ho scelto dall’opera Giorni felici di Beckett il momento conclusivo perché rappresenta il culmine della ‘condizione umana’ messa in scena dall’autore. Una condizione segnata dalla sofferenza e dall’assenza della vita stessa.

Winnie è interrata e nella seconda parte del testo lo è fino al collo, costretta dunque all’immobilità. Questo mi ha consentito, nel breve tempo stabilito per la mia performance, di trovare in scena e fissare subito un’immagine forte da restituire al pubblico e poter trasmettere l’idea beckettiana di un’opera che rinuncia al realismo per raccontare simbolicamente la psicologia e l’esistenza del personaggio.

 

2) Ci può dire qualcosa su questa particolare interpretazione, visto che, nel pieno rispetto dei tempi dell’autore, abbiamo assistito a un taglio emotivo davvero inedito?

 


L’autore nei suoi testi impone una punteggiatura esatta, quasi ‘maniacale’. È come studiare una partitura musicale con una chiave da rispettare, dei tempi precisi, un motivo ricorrente ecc. ecc. All’interno di una forma esatta c’è un contenuto emotivo fortissimo – come nella musica del resto. Qui, in Giorni felici, c’è l’uomo, anzi: la donna. Con la sua femminilità, il suo esserci, nonostante tutto, «dopo tutto» – citando le parole di Winnie.

Ho cercato di lavorare su questi due aspetti esasperandoli per permettere al mio personaggio di raccontarsi con chiarezza. Interpretare il frammento conclusivo del monologo ha facilitato la scelta recitativa: Winnie sente per la prima volta la voce di Willie, può finalmente rivolgersi al ‘suo uomo’ che adesso è presenza non più assenza e lasciarsi andare al canto dolce e malinconico.

Confesso una licenza poetica durante l’esibizione: rivolgendomi con stupore e grande emozione all’altro mi è ‘scappato’ un inaspettato “Amore”, termine inesistente nel copione originario. Probabilmente è intervenuto il mio inconscio con il suo desiderio di parlar d’amore, nonostante tutto, «dopo tutto».

 

3) Quale è per Lei il legame tra il teatro e la psicanalisi?

 

Il teatro avviene in scena, è la scena. Qui l’attore – attraverso i suoi personaggi – racconta storie, vite di cui non è totalmente estraneo, come del resto non lo sono gli spettatori che assistono al racconto, alla messa in scena di quel racconto.

Il teatro è uno specchio: riflette passioni, tormenti, sogni. Ma a riconoscersi in quel riflesso c’è chi indaga e ricerca la propria immagine. Nulla è scontato. Bisogna volerlo, desiderarlo. Come nella scena psicanalitica.

 

CO-ASSENZA SS3AB