La scultura riprodotta in copertina è di Louise Bourgeois

(Parigi, 25 dicembre 1911 - New York, 31 maggio 2010).

 

"Nacqui il giorno di natale, rovinando la festa a tutti quanti. Mentre erano intenti a gustare ostriche e champagne, ecco che arrivo io. Mi piantarono in asso. Oggi riesco a raffigurarmi quell'evento ridicolo...non accuso nessuno. E' quindi un senso di sconfitta quello che motiva il mio lavoro, una volontà di rimediare al danno che è stato fatto...non di paura, ma del trauma dell’abbandono".

 

 

Passi dal testo di Louise Bourgeois, Distruzione del padre. Ricostruzione del padre. Scritti e interviste, Quodlibet, Macerata 2010, pp. 224 e sgg.

 

«Il dolore è il tema di cui mi occupo. Dare significato e forma a frustrazione e sofferenza. […] Non si può negare l’esistenza delle sofferenze. Io non offro né rimedi, né scuse. Voglio solo osservarle e parlarne. So che non posso fare nulla per eliminarle o sopprimerle. Non posso farle sparire; sono qui e ci resteranno.

Quand’è che il dolore emotivo diventa fisico? E quello fisico, quando diventa emotivo? È un circolo senza fine.

Il dolore può avere origine in qualsiasi punto e muoversi in un senso o nell’altro.

La paura è dolore.

Spesso non viene percepita come tale perché si maschera sempre.

C’è una resistenza interiore che mi impedisce di imparare, che mi impedisce di capire. La resistenza in sé è inconscia, e l’incapacità di evolvermi scatena in me uno stato di rabbia. Confondi il mondo delle emozioni, che ha una logica individuale, con il mondo dell’intelletto, che ha una logica universale. È la confusione che ti porta alla rabbia. È chiaro come il cristallo.

 

Penso che la brama rabbiosa di capire derivi dal fatto che si sbaglia la domanda.

Non troverai mai la risposta giusta se la domanda è impropria È come provare ad aprire una porta con la chiave sbagliata. Non c’è niente che non vada nella chiave e tanto meno nella porta. Ci sono domande cui è troppo doloroso rispondere. Altre che si è restii a formulare. E altre ancora cui è impossibile rispondere.

 

Quando nel 1932 mia madre morì, fui sopraffatta dalla brama rabbiosa di capire.

Semplicemente non riuscivo a farmi una ragione della sua scomparsa. Magari i perché della sua morte e del suo abbandono avrebbero trovato risposta, se la domanda fosse stata un’altra, se invece mi fossi chiesta: perché soffro tanto per questa perdita, perché sono così colpita da questa scomparsa. Sono domande cui è possibile rispondere.

Mi sento in colpa? Rappresenta un pericolo? Ripete il trauma dell’abbandono?

Se temi l’abbandono entri in uno stato di dipendenza che ti fa sentire incapace di affrontare le cose.

Quindi, ecco la rabbia di non saper essere all’altezza del proprio destino. È il dolore di non sapere come farsi amare. È un dolore che non passa mai, e non sai che farci.

Oggi, il mio parere è che il male non sia mai “radicale”, che sia solo estremo, e che non possieda né profondità né dimensione demoniaca.

Esso può invadere tutto e devastare il mondo intero precisamente perché si propaga come un fungo. Esso “sfida il pensiero”, come ho detto, perché il pensiero cerca di attingere alla profondità, di pervenire alle radici, e dal momento in cui si occupa del male viene frustrato perché non trova niente».

 

 

 


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