Territori in esilio

 

Che cosa succede quando cambiamo territorio, volontariamente o meno? Che cosa succede quando ci troviamo immersi in un nuovo paese e in una nuova lingua? Come affrontiamo la tensione tra l’accoglienza da parte di qualcuno e la demonizzazione da parte di altri?

C’è chi costruisce una nuova casa nel paese d’adozione, spesso affrontando condizioni estreme; altri fanno fortuna e poi ritornano nel paese d’origine o si trasferiscono ancora. Alcuni assimilano in fretta la lingua straniera, altri non la imparano e restano confinati nel mondo dei loro compagni d’esilio” (J. Bradburne, presentazione della mostra “Territori Instabili. Confini e Identità nell'arte contemporanea”, Palazzo Strozzi, Firenze 2013-2014).

 

Quando inizia un’analisi, l’analizzante si trova immerso in una realtà altra, cambia il proprio territorio d’appartenenza e si avvia in una nuova lingua.

La lingua dell’analisi non è quella che le persone usano per comunicare perché in analisi non si tratta né di comunicare, né di rispettare regole.

 

In un punto il Suo racconto deve differenziarsi da una comune conversazione”. (S. Freud, Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi, in Opere, volume VII, Bollati Boringhieri, Torino 2011, p. 344).

 

Un essere umano che inizia un’analisi probabilmente è anche alla ricerca di una nuova comunità.

Una comunità che gli permetta di svincolarsi dall’appartenenza ad uno stato assoluto, di ritrovare una libertà altra e di diventare l’unico responsabile della propria cittadinanza senza che questa gli venga sottratta da altri.

 

E poi un giorno, un bel giorno, ancora una volta senza aver chiesto niente, e ancora troppo giovane per saperlo di un sapere propriamente politico, ho ritrovato la suddetta cittadinanza”. (J. Derrida, Il monolinguismo dell’altro, Cortina, Milano 2004, p. 21).

 

Un essere umano al quale viene sottratta la cittadinanza può sentirsi smarrito e può non saper più a chi “si può ancora identificare per affermare la propria identità e raccontarsi la propria storia”(J. Derrida, cit., p. 69).

Egli non può non essere esposto allo smarrimento dal momento che “l’io non è padrone in casa propria” (S. Freud).

 

Non può non sentirsi smarrito, non essendo immortale né onnipotente, tantomeno signore nella propria casa, quindi insufficiente ad evitare il costitutivo spaesamento del proprio senso di identità.

 

Attribuisci a questa espressione, “turba dell’identità”, tutta la sua gravità, senza escluderne le connotazioni psicopatologiche o sociopatologiche. (J. Derrida, cit., p. 20).

 

Una persona, quando inizia un’analisi, forse non è tanto alla ricerca di un’identità, ma piuttosto alla ricerca di uno stile attraverso il quale svincolarsi dall’identificazione con la propria comunità di appartenenza.

 

 

L’analizzante edifica una nuova casa nel paese d’adozione, spesso affrontando condizioni estreme per la sua costruzione.

Qualcuno si appassiona al nuovo territorio e alla nuova lingua.

Qualcun altro r-esiste:

quando ci accingiamo a far guarire un ammalato, a liberarlo dai suoi sintomi morbosi, egli ci oppone una resistenza violenta, tenace e persistente per tutta la durata del trattamento”. (S. Freud, Introduzione alla psicanalisi, in Opere, volume VIII,Bollati Boringhieri, Torino 2006, p. 260).

 

 

 

Questa resistenza probabilmente ha a che fare anche con un dover affrontare la tensione tra l’accoglienza dell’analista e la perplessità da parte degli altri.

 

I parenti incolti dei nostri malati, inoltre, cui fa impressione solo ciò che si può vedere e toccare – di preferenza azioni come quelle che si vedono al cinematografo,- non trascurano mai di esternare i loro dubbi che “soltanto con dei discorsi si possa concludere qualcosa contro la malattia”. (S. Freud, cit., p.19).

E’ meglio non dire ciò ai congiunti dell’ammalato, poiché costoro penseranno sempre e comunque che si tratti di una scusa da parte nostra per giustificare la durata o l’insuccesso della cura”. (S. Freud, cit., p. 260).

 

Sia chi si oppone, sia chi r-esiste viene comunque trasformato dalla nuova esperienza.

 

E’ possibile fare analisi in un’altra lingua? Se, come afferma Derrida, “la traduzione è un altro nome dell’impossibile” (cit., p. 74), allora potremmo dire che fare analisi in un’altra lingua è impossibile.

L’impossibilità della traduzione di cui parla Derrida si lega ad un’altra affermazione “niente è intraducibile in un certo senso” (ivi).

In psicanalisi, la traduzione non ha a che fare solamente con l’uso di una lingua diversa da quella materna:

le interpretazioni della psicanalisi sono innanzitutto traduzioni da un modo espressivo che ci è estraneo in quello familiare al nostro pensiero” (S. Freud, L’interesse per la psicoanalisi, in Opere, volume VII, Bollati Boringhieri, Torino 2011,p. 259).

 

Fare analisi in un’altra lingua non implica semplicemente la traduzione dei propri racconti. Il raccontarsi dell’analisi può essere già considerato una traduzione: un tradurre in parole il proprio sintomo.

L’analizzante può avere l’impressione di non aver detto precisamente quello che avrebbe voluto dire, di non essersi spiegato e allora ri-traduce un discorso che non gli è chiaro.

 

Il soggetto viene a dirci com’è fatto il suo sintomo e noi non diciamo pressoché niente. Non affermiamo e non confermiamo, né svalutiamo, e nemmeno lo indirizziamo da qualche parte,- ascoltiamo. Ed allora ecco che il soggetto ci dice di nuovo com’è fatto, e poi ancora e ancora. Finché il discorso comincia a cambiare, a svariare, si aprono echi, fessure. È lo stesso lavoro che, inconsapevolmente al soggetto, inizia a destrutturare il sintomo” (L. Zino, L’esperienza della psicanalisi, Edizioni ETS, Pisa 2007, p. 139).

 

L’analizzante, per arrivare alla destrutturazione del proprio sintomo, ha bisogno di ripetere, ma ciò che viene ripetuto è sempre diverso e questo grazie al meccanismo del transfert che permette una rielaborazione e che rende il soggetto in grado di appropriarsi dei non detti. I non detti sono traducibili in un’altra lingua?

Il linguaggio, oltre a portare alla destrutturazione del sintomo, permette anche il raggiungimento di quella libertà “altra” che l’analizzante cerca. Il linguaggio “è perciò la strada per giungere alla liberazione dell’anima e dello spirito(E. Stein, La donna, Città nuova, 2001p. 255).

 

"Per questo la posta in gioco di un'analisi non è, come tanti credono e troppi promettono, la felicità, ma è la libertà. La felicità non può essere posta in gioco di niente, è un umore, un tratto dell'inconscio che può darsi o no, in ultima istanza la gioia come il dolore restano senza per - che.

La questione della libertà. Ovviamente parliamo della libertà interiore, del senso della libertà. È l'unica che può interessare uno psicanalista. Ma non può darsi neanche l'inizio dell'inizio di un percorso che punti a ciò, se non si è disposti alla meraviglia. Non riguardo a tutto in genere, soprattutto ai propri alfabeti personali.(A. Zino, L’incertezza delle voci. Per una psicanalisi dello sviluppo, Edizioni Ets, Pisa 2002, p. 145.

 

In analisi si dovrebbe usare una lingua “senza itinerario e soprattutto senza autostrada di non so quale informazione” (J. Derrida, cit., p. 83).

L’analizzante dovrebbe far ricorso ad una parola “nomade, errante”.

L’affermazione nomade è un’affermazione che non si posa, non si acquieta nel suo stesso affermarsi e questo perché è parola domanda, domanda che rifugge la verità intesa come acquisizione o padronanza” (A. Sartini, "Una parola nomade che non si sa", in Aa. Vv., Scritture della creazione, Edizioni Ets, Pisa 2013, p. 41).

 

Freud stesso esortava l’analizzante “a non tener fermo il filo del discorso” (S. Freud, Nuovi consigli sulla tecnica in Opere, volume VII, Bollati Boringhieri, Torino 2011, p. 348), lo indirizzava all’utilizzo di una parola errante.

Gli esseri umani non sono i padroni della propria lingua e non sono neanche loro a scegliere le parole: questa “apparente” non libertà dovrebbe far si che l’essere umano si lasci andare al flusso dei propri pensieri e all’uso di una parola nomade.

 

Ma chi la possiede, di preciso? Ed essa chi possiede? La lingua è mai in possesso, un possesso possedente o posseduto? Posseduto o possedente in proprio, come un bene proprio? Che ne è di quell’essere-presso-di sé nella lingua, verso il quale non smetteremo di fare ritorno?” (J. Derrida, cit., p. 22).

 

Quando in analisi si vuole parlare di qualcosa di cui mai ancora si è parlato, dal momento che l’essere umano non è padrone della propria lingua “tutto sta nel vedere se il linguaggio farà dono della parola appropriata o se, invece, la negherà” (M. Heidegger, In cammino verso il linguaggio, Mursia, Milano p. 129).

 

Per due settimane fu di un mutismo completo e nonostante tentativi continui e faticosi di parlare non riuscì ad emettere alcun suono” (J. Breuer/S. Freud, Studi sull’isteria, in Opere, volume I, p. 193).

Siamo noi che scegliamo le parole oppure sono loro che scelgono noi?

 

Noi prendiamo le parole, pensiamo di sceglierle, alcune, altre, sono loro che scelgono noi. E’ come se da questo altro fuori di noi, da questo mondo che viene prima di noi, le parole si degnassero, a volte con calma ed altre volte violentemente, di entrare in noi e di riempirci”. (A. Zino, L’incertezza delle voci. Per una psicanalisi dello sviluppo, cit., p. 265).

 

L’essere umano a volte può diventare ostaggio della parola: “sono ostaggio d’una parola che a suavolta è ostaggio del silenzio” (E. Jabès, Il libro della sovversione non sospetta, Feltrinelli, Milano 1984, p. 93).

Non siamo padroni della lingua neanche quando vorremmo parlare nella nostra lingua madre; invece la lingua straniera si appropria di noi.

 

La paziente ora parlava soltanto inglese, sebbene apparentemente senza rendersene conto; solo parecchi mesi più tardi riuscii a convincerla di essersi messa a parlare inglese”. (J. Breuer/S. Freud, cit., p. 193).

Ma forse in un’analisi è sempre impossibile fare analisi nella propria lingua materna.

 

La lingua detta materna non è mai puramente naturale, né propria, né abitabile. Abitare, ecco un valore abbastanza equivoco e capace di portare fuori strada: non si abita mai quello che si è abituati a chiamare abitare”. (J. Derrida, cit., p. 79).

 

Un’ analizzante nel corso della propria analisi farà proprio un linguaggio “altro” da quello materno, un linguaggio in cui saltano le regole della lingua stessa.

La lingua dell’analisi può far sentire l’analizzante a disagio: lasciandosi andare al flusso dei propri pensieri, egli sente di non rispettare le regole della propria lingua, anzi le “intacca, le modifica, spesso le trasgredisce” (J. Derrida, cit., p.74)

In questa condizione di disagio avvertiamo la presenza dell’altro.

L’altro, lo straniero, la lingua madre, possono essere semplicemente ospitati.

L’ospitalità porta con sé il silenzio, l’incertezza, la paura, la mancanza.

L’essere umano è attraversato continuamente dalla mancanza, possiede dei “mancanti”. Inevitabilmente questi mancanti hanno a che fare anche con la traduzione: non si può tradurre senza che vi sia mancanza.

In analisi questi mancanti sono fondamentali.

 

Fenomeni che sono molto frequenti, molto noti e tenuti in assai poco conto, fenomeni che non hanno nulla a che vedere con le malattie, in quanto possono venir osservati in ogni persona sana. Si tratta dei cosiddetti “atti mancati” cui tutti vanno soggetti. Ciò accade per esempio quando si vuol dire una cosa e al suo posto se ne dice un’altra (lapsus verbale).” (S. Freud, Introduzione alla psicanalisi, cit., p. 27).