DORA

La voce, la gola, un segreto

 

Kantoratelier,

Firenze, 19 febbraio 2014

 

 

[Il 14 ottobre del 1900 Freud scrive una lettera a Berlino, al suo amico Wilhelm Fliess. Racconta di avere una nuova paziente, una ragazza di diciotto anni, che era destinata a figurare nell’opera di Freud, cinque anni dopo, con il nome di «Dora». Con la sua opera e in particolare con questo libro, Frammento di un’analisi d’isteria, considerato uno dei capolavori della letteratura tedesca, elogiato da Thomas Mann e da Hermann Hesse, Freud vince il 28 agosto 1930 il prestigioso Premio Goethe, dalla città di Francoforte.]

 

 

1. La voce

 

Oggi vi devo raccontare una storia, una delle tante. Una storia ormai antica per noi ma che ancora squassa il cuore, spezza i pensieri. Da Ida Bauer, che Freud chiama Dora, giungono, per la psicanalisi a venire, la questione dell’amore, il sesso e i corpi in forma di parole.

 

Questi eventi si annunciano, come un’ombra, nei sogni, spesso diventano così nitidi che si crede di poterli cogliere in modo palpabile, ma, malgrado ciò, sfuggono a un chiarimento definitivo, e se si procede senza abilità né prudenza particolare, non si può giungere a decidere se una certa scena abbia realmente avuto luogo (Catherine Clément, prefazione a Hélène Cixous, Portrait de Dora).

Il corpo di Dora parla, dice il suo essere senza aiuto, chiama: ma chi?

Freud l’ascolta.

 

Il secolo, al suo inizio, andrebbe ricordato non solo per la Traumdeutung, ma anche per il caso di Dora. Non tanto per motivi di cronologia, benché anch'essi assumano qui strane luci, quanto per la grande importanza che ha questo caso clinico e la sua scrittura nell’opera di Freud.

È curioso notare come nei ricordi di Freud si sia negli anni successivi ripetutamente verificato un errore di cronologia: il periodo dell’analisi di Dora veniva anticipato di un anno. Il trattamento si svolse infatti dall’ottobre al dicembre del 1900, mentre Freud lo spostava al 1899.

L'enigma di Dora, l'inaffidabilità della certezza dei dati, lapsus di Freud che segnalano uno stato di incertezza, perfino di smarrimento. Avventurarsi in un continente che resterà oscuro. Non per questo impenetrabile all'analisi.

Il tempo rientra anche nella questione delle date, in merito alla pubblicazione. L'abbandono di Dora stimola Freud a scrivere immediatamente. Egli redige gli appunti in pochi giorni, il 24 gennaio 1901 ha finito ed è entusiasta all'inizio, poi sempre meno.

Due mesi dopo aver messo per iscritto i suoi appunti su quel caso, li mostra al suo amico Oscar Rie, ma l'accoglienza è tale che «da allora decisi di non fare altri sforzi per rompere il mio stato di isolamento».

Aveva inviato il manoscritto a una casa editrice, per la stampa. Dopo una settimana, se lo fece rimandare.

Non trova un editore, per quattro anni. La scabrosità del testo, si dice; ma invece?

Incertezze e dilazioni. Freud sa che il testo contiene un mistero e un errore. Rispettivamente: sulla cosa della donna e sulla cosa della psicanalisi, il transfert.

 

La cosa comincia in modo strano.

L'analisi con Dora finisce col XIX secolo, con quello nuovo inizia un'altra scommessa: la scrittura di Freud su Dora, al cui confronto quei tre mesi di analisi sembrano una briciola, un frammento di tempo. Quel che ne segue è infatti assai più macroscopico, una vicenda che inaugura non solo la scrittura dei grandi casi clinici di Freud, ma la questione della sessualità femminile, del transfert e di un mistero.

 

Ringrazio Alexander Lonquich, Cristina Barbuti, Mario Ajazzi Mancini e le altre persone del Kantoratelier che mi hanno invitato qui questa sera. Il mio compito è quello di aprire la serie di presentazioni dei cinque casi clinici di Freud scritti all’inizio del Novecento e di vedere in quale modo e con quale destino influenzano la letteratura del secolo a venire.

Leggere e amare queste cinque storie (Dora, l’Uomo dei Topi, l’Uomo dei Lupi, il piccolo Hans, il Presidente Schreber) vuol dire interessarsi di isteriche, lupi, topi, presidenti di corte d’appello e bambini che fanno la pipì se vedono un cavallo.

Ci vuole passione, voglia di storie, di psicanalisi.

 

[...] la pubblicazione dei miei casi clinici resta per me un compito difficile. Le difficoltà sono in parte d’ordine tecnico, in parte derivano dalla natura stessa delle circostanze. Se è vero che la causa delle malattie isteriche va trovata nella intimità della vita psicosessuale del malato e che i sintomi isterici sono l'espressione dei suoi più segreti desideri rimossi, la spiegazione di un caso d'isteria non potrà non svelare allora quell'intimità e tradire quei segreti (Freud, Frammento di un’analisi d’isteria, 1905; come le citazioni che seguono).

 

È con un segreto che qui si ha a che fare. Che si mostra, come tutti i segreti che si rispettino, in differenti modi, tuttavia incessantemente. Difficile è leggerlo, nelle sue attese e nelle sue prepotenze di travestimento. Lo sforzo di Freud, dell'analista, comincia sempre un po' così: il compito di più letture nelle pieghe di un discorso.

Qual è il segreto di Dora? Perché arriva da Freud e perché va via? Come in ogni analisi, il tempo si distribuisce in tre scene: l'inizio, la parola e la fine, al modo delle fiabe (c’era una volta/cammina cammina/e vissero…). Felici e contenti? Ecco, un’analisi non finisce così. Da noi si può dire e vissero…, giustamente fermandoci qui. Far sì che quest'ultima scena non sia la fine della parola è il compito dell’esperienza analitica.

L’oggetto della nostra Cura non è da portare a termine. L’analisi costruisce, non risolve. È davvero un altro modo di pensare.

 

I genitori di Dora conoscono i signori K. Il signor K. conduce il padre di Dora da Freud, per una cura. Qualche anno dopo il padre affida Dora, ormai «divenuta chiaramente nevrotica», alla cura di  Freud.

Dora amava il versante paterno. Era questa la parte familiare che più la affascinava:

 

Le simpatie della ragazza, divenuta mia paziente a diciotto anni, si erano sempre rivolte al lato paterno della famiglia [...] Mi appariva d’altronde indubbio che la giovane apparteneva piuttosto al ceppo paterno, sia per le sue doti e la precocità intellettuale che per la sua predisposizione patologica.

 

Segue poi la descrizione della madre, magistrale per quel che concerne la rappresentazione di un “tipo” umano:

 

Non ho conosciuto la madre. Da quanto mi dissero padre e figlia, ho potuto farmi l'idea di una donna di poca cultura e soprattutto di poca testa, che specialmente dopo la malattia del marito e l'estraneità che ne era seguita concentrava tutti i suoi interessi sulle faccende domestiche, offrendo così un esempio di quella che potrebbe definirsi la "psicosi della casalinga". Senza capire gli interessi più vivi dei figli, era tutto il giorno intenta a far pulizia e a tenere in ordine l'appartamento, i mobili e le suppellettili, al punto che usarne e goderne diveniva pressoché impossibile. Non si può non accostare questo stato, di cui troviamo indizi abbastanza frequenti nelle normali donne di casa, alle varie forme di coazione al lavacro e alla pulizia in genere; tuttavia queste donne, come anche la madre della nostra paziente, difettano completamente di ogni consapevolezza del proprio stato patologico e manca, quindi, un elemento essenziale della "nevrosi ossessiva". I rapporti tra madre e figlia erano da anni ben poco amichevoli. La figlia non teneva alcun conto della madre, la criticava aspramente e si era completamente sottratta alla sua influenza.

 

Dai 12 anni in poi, Dora soffre di una tosse nervosa. La cosa, di natura strana e non spiegabile con i comuni approcci della medicina, persiste fino al suo arrivo nello studio di Freud.

 

Quando la paziente, a 18 anni, venne a farsi curare da me, tossiva nuovamente in modo caratteristico. Il numero delle crisi non poté essere stabilito, la loro durata variava da tre a cinque settimane e, una volta, si protrasse per diversi mesi. Nella prima metà di un accesso di questo tipo - almeno negli ultimi anni - il sintomo più molesto era una perdita totale della voce.

 

La voce di Dora arriva a Freud attraverso un’altra voce, la voce del padre.

La voce di Dora è, intimidita, forse intimorita; c’è la tosse che la spegne, la vergogna di quel che vorrebbe dire; la voce di Dora dice dei suoi silenzi, la voce di Dora è un suono debole, piano.

 

 

 

 

 

2. La gola.

 

In questione era la voce. Cos’è qui la voce?

 

Una diagnosi era stata formulata da lungo tempo: anche qui si trattava di "nervosismo"; le molteplici cure abituali, tra cui l'idroterapia e le applicazioni elettriche locali, non dettero risultati. La fanciulla che, cresciuta in queste condizioni, era divenuta una ragazza matura e dal giudizio molto indipendente, si abituò a farsi beffa degli sforzi dei medici e, alla fine, a rinunciare alle loro cure. Essa era sempre stata restia, del resto, a consultare il medico, pur non avendo alcuna avversione personale per il medico di famiglia. Ogni proposta di consultare un nuovo medico incontrava la sua opposizione, ed anche da me venne solo per ordine del padre.

 

 Dora intanto, divenuta una florida ragazza dai lineamenti intelligenti e attraenti, dava gravi preoccupazioni ai suoi genitori. Sintomi principali del suo stato morboso erano ora la depressione e un'alterazione del carattere. Era evidentemente scontenta di sé e dei suoi, trattava il padre sgarbatamente e non s'intendeva più affatto con la madre, che voleva assolutamente indurla a prendere parte ai lavori domestici. Cercava di evitare le relazioni sociali; per quanto glielo permettevano la stanchezza e la difficoltà a concentrarsi di cui si lamentava, occupava il proprio tempo assistendo a conferenze per signore e dedicandosi a studi più o meno severi. Un giorno i genitori si spaventarono trovando sopra la scrivania della ragazza o in un cassetto una lettera, in cui ella prendeva congedo da loro affermando di non poter più sopportare la vita.

 

Dora si sottopone all'analisi senza convinzione: «venne deciso», scrive Freud, dopo una crisi ancora più acuta conclusasi con uno svenimento, «che la ragazza dovesse sottoporsi a un mio trattamento».

 

Dora parla, per quel che le permette la gola. Si tratta di parole perché così è in primo luogo nell’isteria, in quanto discorso in atto. Ma non solo. Così è soprattutto nell’esperienza umana in quanto tale, se per parola intendiamo qui tutto ciò che le compete, ovvero la rappresentazione di ciò che la persona è in quel momento, in particolare emozioni e sentimenti.

 

Originariamente le parole erano magie e, ancor oggi, la parola ha conservato molto del suo antico potere magico. Con le parole un uomo può rendere felice l’altro o spingerlo alla disperazione, con le parole l’insegnante trasmette il suo sapere agli allievi, con le parole l’oratore trascina con sé l’uditorio e ne determina i giudizi e le decisioni. Le parole suscitano affetti e sono il mezzo comune con il quale gli uomini si influenzano tra loro (Freud, Introduzione alla psicoanalisi).

 

L’influenza delle parole è la stessa di quella delle idee. Per questo nel discorso isterico l’anatomia e quel che il corpo è come organismo non ha cittadinanza se non nella dimensione dell’idea.

È come dire che il corpo partecipa al discorso, lo prende alla gola, si fa parola esso stesso e a suo modo, eventualmente tossendo, scuotendosi o paralizzandosi. La cosiddetta emiparesi delle isteriche, ad esempio di un arto, non è una paralisi dell’arto stesso, ma dell’idea di quel braccio o di quella gamba. È l’idea del braccio che viene rimossa o esclusa dalla funzione, poiché portatrice di qualcosa di insopportabile. Ciò che accade nel corpo - ecco quel che Dora viene a dire a Freud, senza dirlo mai del tutto: perché la voce va via e perché non è mai possibile - in realtà accade al pensiero, e si esprime nel corpo prendendo il posto di un discorso impossibile a dirsi perché troppo angoscioso. Tanto da restare in gola.

 

Qualche cosa del corpo non passa, è irrespirabile, intoccabile, ma questo rifiuto si gioca nel campo dell’eros.

 

Il signor K. aveva stretto Dora contro di sé e l’aveva abbracciata. La reazione immediata di lei è il disgusto, tale come lo riporta nell’analisi. «In luogo di una sensazione di piacere, un dispiacere investe la mucosa del canale digestivo: il disgusto sopravvive in seguito nella forma di una saltuaria ripugnanza alimentare». Qualcosa, certo, ha qui per teatro il corpo, ma non c’è una sostanza che parte dal seno, o dal ventre, e va verso il canale digestivo. Se fosse reperibile, non ci sarebbe la psicanalisi. Il corpo sarebbe solo corpo medico. C’è perfino da dubitare che vi sarebbero le parole.

Ma procediamo. Un bacio dato o non dato ha un senso profondo, come sa ogni innamorato.

 

Dora soffre da lì in poi di un’allucinazione: una sensazione di pressione sul petto.

L’aria ristagna, né su né giù; come se non volesse arrivare alla gola.

L’eliminazione, la non presa d’atto, il non voler farsi carico dell’esistenza del sesso (del signor K. e del proprio) lascia una traccia di sé in questa sensazione di soffocamento.

Ma perché? Cosa c’è nella differenza dei sessi, nel prendere atto che esistono maschi e femmine, di così sconvolgente?

Abbiamo capito che è in gioco il desiderio, che l’avvento della sessualità per Dora in quanto donna non va da sé, che si tratta di farsi carico di qualcosa che riguarda sì il corpo ma che non vi si riduce.

 

Dora impara cosa vuol dire essere oggetto del desiderio, dello sguardo e delle attese dell’altro; e vediamo infine che le si pone il problema di simbolizzare tutto questo, di dargli un senso e di tentare, lei, di prendere il suo posto in questo senso. Perché non ce la fa? Per dir meglio: perché la condizione per riuscire - dato che il sintomo, a suo modo, ce la fa sempre - è appunto quella del sintomo, cioè di un discorso isterico che in quanto tale è solcato, visitato da una certa volontà di soffrire?

 

Qual è il motivo, il fondo di questo dominio del dispiacere, di ciò che costringe l’isterica a trasformare un piacere in disgusto? Ma anche una donna, come ad esempio la madre di Dora, che persegue tenacemente un annullamento progressivo di sé e della sua femminilità, quale godimento la spinge ad impegnare la sua stessa vita in una rinuncia senza sbocco? Cosa tiene una donna avvinta ad una certa “passività”, esattamente ciò che da sempre la differenza dei sessi ha socialmente e storicamente disposto per lei? In base a quali vantaggi occorre mimare il desiderio del padrone, come se vi si sottomettesse?

 

Dora gioca un po' tutte le parti di questa rappresentazione teatrale che è la sua vita. L’identificazione gira, un po' si sente l'uno, un po' si sente l'altra. Ma costantemente ha l' impressione di giocare quel gioco, di esserci, dentro quel gioco.

Il discorso isterico è quel discorso che non sopporterebbe di sentirsi escluso, di essere fuori dal gioco. Un discorso isterico in atto può sentirsi messo da parte da un amore, rifiutato da un amante, estremamente ingombrato nella sua esistenza perché un padre non lo guarda, ma non per questo rinuncia a giocare. Da qui anche il fascino, la seduzione che spesso l’isteria sprigiona.

 

Nell’Uomo dei Topi, si vede come il discorso ossessivo non sia così affascinante. Hanno ragione le donne quando dicono dei loro uomini che sono noiosi, quando dominano i tratti ossessivi. Questo lo si vede ancor più nella clinica della nostra  esperienza, dato che è una differenza proprio di modi del raccontarsi, una differenza che riguarda il discorso nell’analisi.

Nella nevrosi ossessiva il dilemma non è se sono uomo o donna ma un altro, altrettanto se non più radicale: sono vivo o morto? Questa è la domanda fondamentale. Il discorso ossessivo apparecchia, argomenta questo costante dubbio dell’esistenza attraverso un discorso che per chi lo ascolta e anche per chi lo vive è, guarda caso, di una noia mortale.

 

Il discorso isterico in generale, proprio perché non sa se dev'essere un uomo o una donna, perché non sa cosa fare di sé come corpo, cerca costantemente un tiranno, qualcuno da cui farsi dire qual sia il segreto del proprio corpo; ma riesce a giocare tutto questo con una certa partecipazione.

Questo discorso, anche quando si trova in un periodo depresso, non è mai una depressione come può esserlo quella del malinconico o dell'ossessivo. È un discorso che vuole esserci. E infatti c'è. Magari si tratta di un tipo di presenza un po' ingombrante per gli altri. Però è una presenza. Guai se avesse la sensazione di non contare più, come presenza. Allora quel teatro di cui fa parte, che poi è la vita stessa, la escluderebbe senza appello.

 

In fondo, il discorso isterico, pur essendo il più femminile dei discorsi umani, è quello che più ha orrore della donna in quanto tale, poiché non tollera quel non-tutto che lei, proprio in quanto donna, ha il compito di rappresentare.

 

 Per parte mia, comincio il trattamento invitando la paziente a narrarmi tutta la storia della sua vita e della malattia, ma ciò che vengo a sapere non è ancora sufficiente ad orientarmi. Questa prima narrazione è paragonabile a un fiume non navigabile il cui corso ora è ostruito da rocce, ora deviato e impoverito da banchi di sabbia. Non posso altro che provare meraviglia per i casi clinici d'isteria così esatti e forbiti quali figurano nelle opere dei maestri; in realtà, i malati sono incapaci di fornire simili resoconti di sé stessi. Essi possono, sì, dare al medico informazioni sufficienti e coerenti su questa o quell’epoca della loro vita, ma seguono poi periodi per i quali la loro relazione si fa superficiale, lascia lacune ed enigmi, e poi ancora periodi completamente oscuri sui quali il malato non fornisce alcuna informazione che permetta di rischiararli. Le interconnessioni, anche solo apparenti, sono quasi sempre spezzate, la successione dei diversi avvenimenti è incerta; durante la stessa narrazione l'ammalata corregge ripetutamente un'affermazione, una data, per poi, dopo lunghe esitazioni, ritornare forse alla prima dichiarazione. L'incapacità della malata di riferire ordinatamente la storia della sua vita, in quanto essa coincida con la storia della malattia, non è soltanto caratteristica della nevrosi, ma ha anche una grande importanza teorica.

 

La «spiegazione di un caso d’isteria» non è un freddo resoconto, una triste appendice di ancora più smorte teorizzazioni scientifiche, che nulla apportano se non ulteriori tributi al sapere oggettivante e perciò sterile. Le «spiegazioni» di Freud sono in realtà avventure di viaggio, storie raccontate, gente in cammino alla ricerca del segreto, oppure, come dice da qualche parte, le storie cliniche dovrebbero venir lette come novelle. Tuttavia, non vi sarebbe questa dimensione fiabesca della clinica se le questioni, gli enigmi, gli interrogativi non fossero legati sì a qualcosa di segreto, ma un segreto molto particolare, forse quello che da sempre più seduce gli umani: la sessualità, o l’eros, che è come dire la vita o la morte.

 

 

3.  Il segreto

 

Freud l’ascolta, va in scacco. Per aver troppo amato Dora senza volerla riconoscere, sbaglia l’interpretazione. Questo errore scava due vie: il solco del segreto di Dora che vi resta come incapsulato, e la stessa psicanalisi a venire.

«Del resto non mi era facile dirigere l'attenzione della mia paziente sui suoi rapporti col signor K.». Freud vuole portare Dora lì, non sa che sta facendo l’errore che gli costerà l’analisi. Nonostante che il suo stesso ascolto lo guidi pian piano all’evidenza di come la ragazza sia estremamente interessata alla signora K. Dora sa bene che lei e il padre sono amanti, forse è per questo che la donna la interessa. Qui la sua attenzione, come la sua memoria, non perde un colpo.

 

 Durante le passeggiate in comune, il babbo e la signora K. facevano regolarmente in modo da restare soli insieme. Non v’era dubbio ch'ella prendesse denaro da lui, poiché faceva spese che certo non avrebbe potuto permettersi con i mezzi suoi o del marito. Il babbo aveva anche cominciato a farle regali costosi, e per nascondere questo fatto si mostrava al tempo stesso particolarmente generoso verso la moglie e verso Dora stessa.

 

Dora aveva anche imparato, osservando la signora K., come ci si possa servire utilmente delle malattie.

Ogni volta che il signor K. rientrava da uno dei suoi viaggi (che lo tenevano lontano da casa per una parte dell’anno) trovava sofferente la moglie che pure, come Dora ben sapeva, era stata in ottima salute fino al giorno prima. Dora capì che la presenza del marito aveva un'azione maligna sulla moglie, e che per costei la malattia era la benvenuta in quanto le permetteva di sottrarsi agli odiati doveri coniugali.

 

Dora non crede al padre, neppure una parola. Sa bene che i suoi sono solo pretesti per poter mantenere la relazione con l’altra donna al riparo da occhi indiscreti. Ma è per questo che Dora spia. Non fa altro. Ha molto da imparare. Almeno due cose: come poter cogliere in fallo il Fallo, cioè il padre; e come poter diventare donna, la Donna del Fallo, ovvero la donna del desiderio (del padre). Che cos’ha il padre, malato, per far star bene una donna? E, ancor più: che cos’ha, una donna, per far sì che un uomo desideri?

 

Ma da cosa Dora deve ripararsi? Dal pensiero che il corpo non basti. Che non sia sufficiente a far metafora - fare corpo - della questione dell’amore, che uno o più organi non siano sufficienti ad arginare l’inconscio e le sue sorprese, come non lo sono le parole; ché anzi ne provengono. Questa illusione si era alimentata tramite le due figure centrali per lei: quella paterna, con cui si era tentata in lei una simbiosi intellettuale; quella della signora K., dalla quale riteneva di imparare, ancor più che dal padre, l’arte di ingannare la mancanza.

 

Freud raccoglie. Frammenti di silenzio, pezzi di voci, corpi erotici di umori che vanno e vengono, non si trattengono, Freud raccoglie. E pensa a questa ragazza indicibile, una tosse che non passa, una gola dove scorrono voci, segreti e antiche pergamene.

 

Allora [al tempo degli Studi sull’isteria, 1895] il lavoro partiva dai sintomi e si poneva come obiettivo quello di risolverli l'uno dopo l'altro.
In seguito ho abbandonato questa tecnica, poiché del tutto inadeguata alla struttura molto complessa della nevrosi; io lascio ora decidere allo stesso malato il tema del lavoro quotidiano e parto così, ogni volta, da quel qualsiasi elemento superficiale che l'inconscio in lui presenta alla sua attenzione. In tal modo, però, ciò che si riferisce alla soluzione di un sintomo viene raccolto per frammenti, inseriti in diversi contesti e distribuiti in epoche assai distanziate. Nonostante questo apparente svantaggio, la nuova tecnica è assai superiore alla vecchia ed è, incontestabilmente, l'unica possibile.

 

Raccolto per frammenti: non c'è altro modo. Perché apre alla questione del senso e della parola. Questa sentenza di Freud è senza appello. Da qui in poi la psicanalisi diviene veramente tale. Lavoro della parola sulla parola, oltre ogni residuo da sapere oggettivante.

 

Dora, la sua storia e la sua sessualità, non sono esenti dalla parola, né lo potrebbero. Si ha l'impressione, rileggendo il racconto, di una costruzione sempre più complessa, dove le amnesie moltiplicano i ricordi e viceversa. Categorie quali la «sincerità» o l’«avvenimento» vengono pressoché travolti da qualcosa che si annuncia come un'altra soddisfazione. Un'altra perché differente da quelle della coscienza o della morale: voler mentire, voler dire la verità, voler stare ai fatti, ed altro. Qui, nel racconto di Freud che riporta il succo dei racconti delle isteriche, appare un'altra logica, che tuttavia è ferrea e densa: è un cammino di parola che fa, costruisce, produce un godimento…

 

La funzione del vuoto, che abita l’amore, non è garantita.

 

È così la specificità dell’espressione – il proprio della poesia – a rendere ingiustificato ogni tentativo di trovare un equivalente per dar corso alla traduzione. Che è sì ripetizione dello stesso, ma in un altro modo proprio, nella distanza che lo separa dall’originale. Nondimeno è nel nome che può darsi transito e paesaggio – purché non diventi moneta corrente. (M. Ajazzi Mancini, L’eternità invecchia).

 

Ma a quali condizioni può non divenire moneta corrente? Come si preserva l’incessante domandare che traversa il nostro essere, come esistono i transfert, nel soggetto e per lui?

 

Affinché possa sorprendersi: scorgere in sé una traccia di ciò su cui l’altro ha mantenuto silenzio e segreto. Dunkelheit – oscurità e tenebra, certo; ma anche piccoli indizi per indovinare l’Übertragung […] (ivi).

 

Dunkelheit, oscurità: titolo della poesia di Paul Celan che qui il testo sta leggendo.

Übertragung: il transfert. Ecco la psicanalisi che nasce. Il lascito di Dora.

Quattro mesi di “trattamento”. Poi, puntuale come l'orologio della storia, l'ultimo giorno dell'ultimo anno del secolo, Dora abbandona Freud. Porta via con sé il suo mistero, gli lascia la psicanalisi.

 

Lo possiamo immaginare Freud, braccato, catturato, come un animale zoppo, predatore senza preda, proprio quando era convinto di averla presa la preda, fatta sua la donna. E lo dice, oh si, glielo dice, con la certezza, la sicumera del maschio che ormai ha sfiancata l'ospite infinita, l'ha fatta sua, è in trappola, non potrà, non dovrà, più scappare. E lo dice, si, a Dora, che lui, il dottore, Herr Professor, conosce il suo segreto, che sa infilare le sue mani, mani di pensiero, mani di parola, sotto la sua gonna, gonna in attesa. Mani che non vanno a cercare il sesso di lei, mani di parola, mani di sentenza che vogliono di più, più del corpo: cercano il sapere, il sapere di lei, la domanda di lei, lei che cosa vuole?, Adesso il mio sapere entrerà in te come fa un sesso, entrerà nel tuo e gli darà il sesso, pardon, il senso che gli manca. Cosa vuoi, Dora, ecco ora lo sai, niente più segreto, sto per dirtelo, non sarai più isterica, Dora, non sarai più sola, ecco la verità, tu vuoi un uomo, un padre, forse come me, tu vuoi me Dora, questo il tuo desiderio, il tuo destino.

Eccola la verità, il senso che l'uomo mette, come farebbe con un seme, nel corpo della donna. Eccola la verità, il sesso che l'uomo mette, come farebbe con un seme, nel corpo parlante della donna. Eccola la tragedia. È qui, è ora. È un attimo. La storia ormai antica per noi, che squassa il cuore e spezza i pensieri, arriva in un lampo, non c'è tempo, per riaversi, per capire. Dora come Chora smette di ballare, non danza più. Scivola a terra, non parla più, il gioco è finito, l'analisi, le sedute, le parole che non ti ho detto, tutto via. Le parole che ballavano tra lei e il suo analista, anche loro cadono per terra, lì sul pavimento dello studio di Freud, si rompono in mille pezzi come un vetro, come un diamante. La musica tace di colpo. Lui non sa, ma sente. Sente lungo e veloce il brivido della fine, vede la sua fine sul suo viso, non sa cosa dire, sente che ha già detto troppo, forse tutto, e che quel Tutto che ha detto lo ha perduto. Neanche il piacere di girarsi a vedere se Euridice è viva, neppure quello, Dora è per terra sul pavimento, mescolata alle briciole splendenti, sembra una bambola rotta, dura come un cristallo spento.

 

 

[Le prime due figure sono ceramiche di Astrid Rusquella, Freud and Dora. La terza è una glass sculpture di Robert Mickelsen.]