Finire il lavoro

 

PSICANALISI E POLITICA. LACAN, LACLAU, ŽIŽEK

Seminario Collettivo 

con Mario Pezzella, Francesco Verri, Alberto Zino

 

PARTE PRIMA - 17 gennaio 2015

 

«L'uomo (l'uomo di oggi, quello delle nostre società moderne) è al tempo stesso sommerso dal quotidiano e privo del quotidiano»1.

 

 

«Lespulsione della parola, a favore di una specie di cognitivizzazione artefatta dellumano, del suo comportamento e delle sue motivazioni, comporta la produzione e riproduzione di concetti-merce, idee-cose funzionali non solo a profitti finanziari abnormi, ma soprattutto allinstaurazione di un sistema di pensiero che obbliga lumano a pensare se stesso come un campo tendenzialmente malato.

Non solo in debito e in colpa, nella più classica ideologia della servitù e del suo dominio, l'umano più modernamente è obbligato a sentirsi in difetto rispetto alla medicina, al farmaco, allo specialista, che devono la loro esistenza a questo semplice trucco.

Lumano che è andato a vivere nel DSM o che vi è stato tradotto, è irrimediabilmente senza meraviglia, senza inquietudine, senza poesia, senza incertezza: elementi di fondo per la ricchezza del domandare»2.

 

Un redivivo, sordo, autoritario ordine del discorso sembra circolare nella nostra contemporaneità. L'indebolirsi del ruolo del padre, la relativa crisi dissolutoria dei principi regolativi, il conseguente venir meno dei limiti devono essere contrastati da una gestione del godimento che deriva dal sistema ideazionale oggi dominante, che è quello del neoliberismo. Si edifica così la produzione e riproduzione di un generale ritorno al padre, una restaurata fedeltà al Denkweise (modo del pensiero) egemone e ai suoi grandi e tradizionali ideali di «governo di sé e degli altri» (Foucault).

Questo assetto, imponendo desideri, aspirazioni e soprattutto merci, cerca nuovamente di instaurare le condizioni di un ordine collettivo che abiliti le persone a un’identificazione, sempre più esclusiva ed elusiva, alle modalità del dover essere (felici, appagati, senza problemi) e dunque all’accumulo di capitali: non solo nel senso del denaro ma anche in quello di scorte di pensieri funzionali a un’economia psichica che non debba più essere discussa.

Sotto l’invito ad abbassare i toni e alla moderazione (aiutiamo il padre a tornare, non possiamo stare senza ormeggi) il vero obiettivo è quello di finire il lavoro. Quell’opera di restaurazione iniziata nei primi anni ’80 del secolo scorso contro quel soggetto collettivo di desiderio degli anni ’60 e ’70, cui si deve la spinta critica e politica contro lo sfruttamento del lavoro umano, in favore delle lotte per il diritto allo studio, alla cultura e al pensiero, contro altre forme di asservimento mentale e non solo.

Non ultimo, in quel tempo, l’avvento di una prassi e di una teoria della psicanalisi finalmente libere dalle complicità e connivenze con il potere medico, psichiatrico e psicoterapeutico. Possiamo ricordare, per citare solo alcuni riferimenti, Canguilhem, Szasz, Laing, Cooper e Basaglia per la critica agli apparati medico-psichiatrici, Foucault, Deleuze, Derrida per il discorso filosofico, l’esperienza dell’École Freudienne di Parigi per la psicanalisi, Luce Irigaray e Carla Lonzi per il pensiero femminista. Da allora è cominciata una reazione molto dura - ed è quella che oggi, come ho detto, sta cercando di finire il lavoro - contro quei profondi mutamenti che furono salutati in quanto spinte contro l'ordine restaurativo: le battagli civili per il divorzio e l'aborto, la liberazione delle donne, più tardi la caduta del muro di Berlino, l'avvento dell'euro, soprattutto internet e la stessa psicanalisi. Che era percepita e seguita come una delle istanze che facevano parte del campo della liberazione contro le servitù. Perché l'essenza della sua proposta, anche come interrogazione sul senso della fine delle analisi, era la questione della libertà o la libertà in questione (forse questo stile, questa etica, è oggi più chiara: per contrasto, in questi tempi così cupi). Psicanalisi finalmente seguiva più decisamente la sentenza tarda di Freud: fuori dalla medicina, verso un pensiero e una prassi psicanalitica sempre più aperte e critiche, per avvicinarsi per esempio alla grande filosofia della seconda metà del ‘900; Lacan, per capirci.

Adesso: il ritorno all’ordine, ovvero la reazione, è davvero l’unica strada possibile?

Non si tratta di chiedersi, quasi come dei malati gravi, come possiamo salvarci, dove possiamo trovare un salvagente nell’acqua di questo nuovo ordine dominante, come possiamo convincerlo a offrire una ciambella cui aggrapparci nel suo mare, sporco e pieno delle sue scorie e dei suoi relitti. Al contrario, la psicanalisi ha oggi un'occasione simile a quella degli anni '60 del ‘900. Si tratta di una chance che può essere capita, ascoltata, costruita solo e soltanto se vive in comune con la questione del politico.

Non marginalmente, tale alleanza potrebbe consentire una psicanalisi più attenta all’elaborazione di una questione dell’inconscio. Sempre e di fatto, ogni volta che il discorso psicanalitico si rinnova è per il suo passaggio da quella questione. Porto a esempio un brano che ho scelto fra quelli da proporre in questo Seminario, che testimonia di come il nostro lavoro sia efficace se partendo dal politico reinterroga la domanda dell’inconscio e ritorna sul politico:

«[…] l’analisi è tale solo se tiene fermo un punto. E cioè: l'inconscio è analizzabile in quanto qualcosa dell'inconscio si articola. Ma ciò non implica che l'interpretazione di quanto dell'inconscio si articola possa, prima o dopo, esaurire l'inconscio. Ne viene che soltanto l'insuccesso, l'impossibilità di definire la cosa testimoniano che non è prevalsa la conciliazione forzata, ossia l'imbecillità nella veste dell'adesione all'esistente, per un verso, l'immaginario, per un altro.

Che non c'è da ripristinare o da raggiungere nulla, poiché l'inconscio destruttura qualsiasi logica fondata sull'essere in quanto presenza che, secondo un tempo opportuno, è possibile cogliere nella sua piena integrità.

In summa: ciò che si dà, nello stesso tempo in cui si dà, si sottrae; vanifica, quindi, qualsiasi tentativo di apprensione, durata, dal momento che il lavoro dell'inconscio si produce tramite una molteplicità eterogenea di inscenamenti che per tanto non fanno “insieme”»3.

 

Se «l’inconscio è il legame sociale» (Lacan), la psicanalisi, che dovrebbe stare in ascolto di quel legame, non può che essere in questa alleanza. Come ho scritto altre volte, la psicanalisi o è politica o non è psicanalisi. Deve riprendere il suo ruolo guida, rifare e riaprire strade. Certo più rischiose, ma decisamente più appassionanti del nuovo asservimento a un ordine restaurativo.

La pesante e inaccettabile ideologia di questo lavoro di restaurazione poggia la sua promessa e il suo discorso di convincimento sull’agitazione dello spettro dissolutorio della funzione paterna su scala sociale. Singolare, di passaggio, come questo ordine economico e culturale prima provochi lacerazioni senza fine nelle varie forme di vita sociale e privata (a piacere, si va dalle nevrosi e alienazioni gravi della persona, la violenza crescente sulle donne, la perdita del lavoro, l’impoverimento dell’istruzione, dell’università e delle strutture sanitarie, un’educazione sentimentale sempre più deserta, la progressiva depressione e svuotamento di parole come ‘solidarietà’ o ‘comunità’, fino agli autobus che non passano mai), poi imponga la soluzione finale del ritorno autoritario che sistemerà le cose.

Invece di spaventarsi per la dissoluzione dei limiti e dei legami - temuta dagli psicanalisti nostalgici dell’autorità paterna e del discorso del padrone, spesso complici nel loro accomodarsi nella sottomissione a rassicuranti derive psicologistiche4 - potrebbe, lei, psicanalisi, ascoltare i differenti solvere che differenza comporta?

Avvezza come dovrebbe essere al rischio di procedere per frammenti e per domande che non cercano risposte (cosa, questa, insopportabile per le psicoterapie asservite al restauro), formata e formante all'abisso, al fondo senza fondo, alla dis-soluzione che inventa, in una parola all'inconscio e alla sua questione, non dovrebbe, lei, psicanalisi, favorire le condizioni per la comparizione di ulteriori molteplicità di inscenamenti del discorso tra i soggetti? Invece di partecipare alle attuali gravi forme di servitù, non dovrebbe ascoltare e rilanciare quella stessa dissoluzione, che segni lo stile di un lavoro mai finito, non terminabile in forme autoritarie di consolazione, e produca inattese politiche di comunità inconfessabili5?

 

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[Nelle prossime riunioni del Seminario intendo contribuire alla ricerca proponendo materiali sui seguenti aspetti:

L’inconscio è il legame sociale

L’inconscio è strutturato come un linguaggio

Il Reale - il nodo borromeo

La questione del trauma

L’atto analitico]

 

 

1 M. Blanchot, Linfinito intrattenimento [1969],Einaudi, Torino 1977, p. 322.

2 A. Zino, Il panico e la sorgente. Psicanalisi, DSM e altre domande, Edizioni ETS, Pisa 2014, p. 44.

3A. Rescio, Inconscio e umorismo, in Aa. Vv., Trieb, n. 1, La Spezia 1982, p. 65.

4Rimando qui al mio Servitù della psicanalisi, in Psicanalisi Critica n. 2, novembre 2014, Edizioni ETS, www.psicanalisicritica.it/Rivista.

5Cfr. su ciò limponente dibattito che scorre a partire da Bataille, Blanchot, Nancy, Derrida, Agamben e che Psicanalisi Critica si sforza di proseguire: nella teoria e nella pratica.