Tra

 

  

 

«Finalmente una trasmissione impossibile»

(Carmelo Bene, ripreso da Andrea Sartini

in L’Atto Bene; appunti su dis-dire ed emissione,

Psicanalisi Critica, n. 3)

 

«Le vice radical se désigne dans la transmission du savoir»

(Lacan, Écrits, 234)

 

 

Il sapere è sempre alla ricerca dell’altro, lavora alla ricollezione, aggiunge, riunisce. Connette, produce, riunioni, fratti, intersezioni. Lavoratore che non si sottrae, non cancella, opera senso: lavoro del domandare. È profondamente differente dalle usuali economie del sapere.

 

Sa, se sa qualcosa davvero, che Inc fa partage.

Partizione, condivisione.

Partire, non è solo un po’ morire. Lo è, ma ancor più quando è tagliare, fare una parte, una divisione, come il coltello che affonda nel pane per separarlo e per distribuirlo agli altri. (Si dice in Toscana: ‘partire il pane’).

Ogni tratto cade ogni volta nel discorso da cui decade.

Ci si chiede dove giace il tratto parassita che perturba la composizione, il tra collo del corpus, come reperire la variabile nascosta che rende confusa la risposta ed eterna la domanda.

Ogni sapere trasmette perché è circondato. Dal suo stesso tra mite, e corre, sorta di universo forse silenzioso e forse no, che circonda, avviluppa, serra da ogni parte il luogo-(non)-luogo da cui parla. Ogni storia di ogni trasmissione non può che cadere ogni volta nel discorso, nel cui ambito la trasmissione è la ricaduta.

 

Trasmissioni è il nome di questo numero di Psicanalisi Critica. Libri, immagini, l’anoressia, un importante malgrado, storie affette da Mal di fuoco, un bloom di Eco e Joyce, una casa clinica in Cina, Frida nel nostro firmamento, una radio del tempo di guerra che trasmette Casablanca…

 

Trasmettere, tra chi? Tra noi, tra voi che leggete, tra psicanalista e analizzante, tra maestro e allievo, tra chi, tra dove, tra quanto?

È con un tra scomodo che trattiamo, che abbiamo a che fare, di che dire. Cos’è, in una comunità di scrittura o psicanalitica, se non è un tra di comodo, un tra di lenimento, un poco finto, un tragitto stabilito da un potere qualsivoglia, giusto per negare, togliere di mezzo il gettato? E dunque esseri gettati siamo, quella gettatezza [Geworfenheit] che sta sempre lì, un po’ messianica e un po’ irridente, a ricordarci che ogni essere-gettato è, che lo voglia o anche no, attraversato, secato, complicato da un tra che si chiama, per la prima volta intorno al 1895, si nomina, si ingombra, tra noi, con il nome di psicanalisi?