La domanda infinita.

Andrea Sartini e Alberto Zino

 

 

 

La domanda infinita.

Dialogo sulla decostruzione psicanalitica

 

(parte prima)

 

 

 

Andrea Sartini: Questo dialogo, cui abbiamo pensato di dar vita, ha inizio adesso, anche se in un certo senso ci precede. Ad oggi sono ventidue anni che è attivo il tuo seminario nell'ambito del movimento di Psicanalisi Critica. Quello che in questi anni hai proposto è un lavoro che riguarda -uso unespressione a me molto cara -la decostruzione della ragione psicanalitica. So di iniziare probabilmente dal cuore del percorso che condividiamo, ci conosciamo da cinque anni e da allora ho iniziato a collaborare alle iniziative del movimento.Potresti tornare su questa espressione, sottolineandone la necessità per il nostro tempo?

 

Alberto Zino: Il termine decostruzioneappartiene a Jacques Derrida e lo trovo comunque pertinente per una psicanalisi critica. Vediamo come. Il de- è privativo. Immagino che possa significare un togliere qualcosa. Sottrarre la costruzione alla psicanalisi è del tutto necessario, se con questa parola intendiamo ciò che ne è stato. Di lei, la psicanalisi. Per un verso metodo, teoria, sapere; per altro verso, clinica, terapia e cura. Psicanalisi Critica nasce proprio per sottrarre terreno a tutto questo, non senza considerarlo nella sua storia. Il lavoro teorico si è sempre più modellato in maniera oggettivante e salvifica. Le due opzioni vanno insieme. Per trovare un senso, dunque per salvarsi, psicanalisi ha avuto bisogno di conformarsi. Da qui lesigenza di costruirsi come consenso al sistema ideazione dominante.

Credo che psicanalisi abbia sempre avuto unanima conforme e unaltra ribelle. A volte ho scritto che Freud appare come una funzione. Quella per cui si apre un abisso - del senso, della comunità, del soggetto - e a un tempo il fare economia di questo fondo senza fondo. La creatura di Freud, dunque lui stesso, la sua stessa fatica, mi appare come un enorme sforzo di costruire uno dei saperi più sovversivi mai apparsi in Occidente e a un tempo il lavoro di sutura, di ricucitura, di economia di quella sovversione a mio avviso indimenticabile. La funzione di Freud è quella di homo oeconomicus: colui che tenta incessantemente di fare economia del suo stesso impossibile pensiero. Home economica, una casa che ancora si regge, nonostante i twisters del pensiero e i suoi stilemi più duri da accogliere. Freud cerca sempre di proteggere la sua creatura, crearle una cittadinanza, offrirle comunque un futuro. Ma passa tra le sue pagine e parole un senza-economia che è ineludibile. Domande come inconscio, pulsione di morte (Todestrieb) e rimozione originaria (Urverdrängung) restano irriducibili a ogni possibile contrazione economica, hanno aperto una breccia, un varco o un vuoto parlante in quanto condizioni di un domandare senza fine.

Questa domanda incessante fa dellessere - il concetto più ricercato e perciò più sfuggente della filosofia, - il domandare in quanto tale. Intorno al peso teorico di psicanalisi, penso che questo sia il suo fondo abissale: il fatto che le si riconosca la possibilità di tagliare corto con ogni precedente concezione filosofica dellessere. Dopo di lei, essere è solo e soltanto domanda dellessere. Inconscio - inc, come lo chiamo con affetto riprendendo la sigla di Freud - è per me questa incessante domanda dellessere e niente altro.

Autorizzarsi finalmente a questa psicanalisi non solo taglia ogni ponte con ciò che di lei è stato, si è dato, si è contratto e conformato, ma soprattutto implica una sostanziale ricaduta, anchessa senza fine, sulla questione della Cura.

Possiamo continuare per ora a mantenere questa separazione in due piani: teoria e clinica. Anche se non sono del tutto daccordo sulla sua persistenza; credo infatti che sia funzionale a quelleconomia salvifica. Resta un criterio di appaesamento, che definirei classico. Se la teoria psicanalitica si è ridotta, si riduce tuttora, alla funzione di fare economia di ciò che le sfugge e che le impedisce con forza unoggettivazione, una conclusione o una risoluzione, noi abbiamo il compito di chiarire che questa economia viene posta in atto per salvarsi. La cosa paradossale è che qualcosa come psicanalisi cerca sempre di salvarsi non da avversari o nemici ma da se stessa. Il peggior nemico della psicanalisi è lei stessa. Non ha bisogno di moti esterni, di rivolgimenti politici, culturali o sociali che la mettano radicalmente in questione. A psicanalisi, per la sua stessa sovversione e per il suo enorme potenziale critico, se stessa è sufficiente.

Vediamo ora il piano della prassi. La resa della psicanalisi al consenso sociale ha prodotto nel tempo una situazione paradossale, per non dire comica. Per salvarsi in modo sempre più sicuro da se stessa, ha accettato di salvare gli altri. Si è sempre più definita come unistanza salvifica. Spesso mi sono chiesto il senso di tale abbaglio. Uso proprio questa parola per decostruirne lintenzione o limitazione. Come poteva sperare - come può farlo ancora e anzi oggi sempre di più - di ergersi a pratica di salvezza? Altre pratiche salvifiche ben più potenti si sono imposte nei secoli dei secoli per offrire immani portati di senso agli umani. Le antiche religioni, la medicina e le psicoterapie contemporanee sono più forti, più convincenti, più sicure nella loro adesione alle grandi costruzioni di salvezza dellordine umano. Eppure, questa psicanalisi conforme si ostina nel suo tentativo di imitazione burlesque della ragione salvifica.

Ecco, direi quindi che la decostruzione o decontrazione della ragione psicanalitica può iniziare con questo fondo: quando questa ragione fa teoria cerca di salvarsi, quando fa prassi tenta di salvare qualcuno.

Ma tale ragione è ben strana. Come può pensarsi tale se pone al suo centro un domandare irriducibile alleconomia di sé? Devessere una ratio ben contratta, ben contrattata, ben munita a protezione, per relegare linconscio in qualche segreta del suo castello, re senza regno al quale si mantengono i titoli onorifici a patto che resti in contenzione, senza disturbare la psicanalisi, lontano da lei.

 

Andrea Sartini: Come definiresti il reale in Lacan? Non so se sei d'accordo con me nel trovarla una dimensione che nel percorso di Lacan assume tratti di forte enigmaticità. Qualè il tuoreale, il reale che ricavi dalla lettura di Lacan? Saresti d'accordo nel considerare l'esperienza analitica come un riposizionamento rispetto al reale?

 

Alberto Zino:Certo che unanalisi si regge solo e soltanto nel vuoto di un riposizionamento. Anche rispetto al reale. Ma possiamo avvicinarci al reale attraverso la domanda precedente. Una decostruzione della ragione psicanalitica - che resta unespressione efficace - dovrebbero farla coloro che lhanno costruita nei modi della conformità e complicità con il sistema ideazione dominante. Dicendo questo ci posizioniamo nettamente sul politico. Mi sto preparando il terreno per risponderti: il reale infatti, per come lo pongo, è innanzitutto una questione politica.

Voglio dire che non dovrebbe toccare a noi il lavoro di questa decostruzione. Se no è sempre la solita storia, le colpe dei padri ricadono sugli eredi. Lobbligo di riparazione del danno dovrebbe incombere su chi lo ha fatto. Chi ha fatto fuori psicanalisi? Medici e preti, come Freud paventava, legislatori incerti, giudici timorosi, ordini professionali preoccupati delle loro rendite, poteri mafiosi, organizzazioni criminali, chi è stato? Chi ha ucciso psicanalisi?

Ancora non si sa. Forse ci vorrà del tempo. Nellattesa, si potrebbe cominciare dagli psicanalisti. Però sono tanti, anche loro. Insomma, la decontrazione o decostruzione psicanalitica si annuncia lunga e faticosa. Eppure è un lavoro necessario; anche, come suggerivi, per il nostro tempo. Viviamo in unepoca con sempre meno pensiero critico e sempre più costrizioni al pensiero unico; per questo la liberazione della psicanalisi tramite la decostrizione della sua ragione salvifica sarebbe non solo decisiva ma proprio di esempio.

In realtà so che questo lavoro tocca a noi. E agli psicanalisti che verranno. Ecco, è questo che mi preme. Non penso che dobbiamo fare solo la decostruzione della psicanalisi, anche se come ricordavi mi ci dedico da molto tempo. In realtà penso che la situazione sia talmente malmessa che dobbiamo fare soprattutto costruzione di qualcosa come psicanalisi. Siamo certo costretti a volgerci verso il passato, perché quel lavoro se non lo facciamo noi non verrà fatto, ma come lAngelus Novus di Klee e Benjamin è al futuro che dobbiamo guardare. Per la trasmissione finalmente di qualcosa come psicanalisi - non suoi surrogati o economie cliniche di mercato - per i futuri analisti, per la politica della psicanalisi.

Sulla questione del reale, ci sono almeno tre opinioni di Lacan che mi hanno sempre interrogato:

C’è un reale nel destino dello psicanalista.

Il reale torna sempre allo stesso posto.

Il reale non manca di niente.

Muovo dalla seconda. Il reale torna sempre allo stesso postonel senso che torna e ritorna allimpossibile di ogni posto. Il suo posto non è impossibile perché noi non lo vediamo o non possiamo dirne o scriverne. Lo è perché è un posto ogni volta incompiuto, è il non del suo luogo. Luogo che è anche il nostro.

In un seminario poi divenuto libro, Lo spaesamento e il testimone1, ho proposto una lettura dellinizio del lavoro di Kojève - seminale per la psicanalisi - intorno alla Fenomenologia dello Spirito di Hegel2. Nella lezione 14 di quel testo proponevo uno dei passaggi cruciali: quando Kojève enuncia il desiderio del soggetto di essere riconosciuto dallaltro: voglio che egli riconosca il mio valore come suo valore, voglio che egli mi riconosca come un valore autonomo.

Io sono il signore dio tuo. Non avrai altro dio fuori che me.

Questi due detti annunciano e insieme racchiudono le tavole di Legge più famose. Esse sono una follia. Non in senso spregiativo, anzi. Per arginare la massa ancora seminforme, ancora semiumana, (tutti contro tutti, far west, mafie, odio per laltro) e per fermare la follia, la storia che si svolge sul Sinai inventa lunico rimedio: unaltra follia, a suo modo più forte, la follia di una Legge.

Non adopero mai parole come folleo folliain senso morale. Per noi, si tratta sempre e solo della costruzione di unetica a suo modo inedificabile.

Luscita dallanimale, lavvento dellumano, implica la forma astrusa del corpo legale.

«La notte è passata, si è trasferita nella parola». (Appena emersi, un luogo, nel nostro Scritture della creazione3).

Folle, la Legge, perché fondata comunque sul passo desordio dellumano. Il bisogno - direi però la domanda - di riconoscimento. Che è un impossibile. Per questo la Legge è lenunciato di una follia. Che tuttavia tiene insieme lessere-in-comune che noi siamo.

Voglio dire qui il motivo per cui lumano si trova nella Seinsfrage, la domanda dellessere, che appartiene allessere nel farne una domanda. In tal modo nel pensiero filosofico, e finalmente, qualcosa come essereesce da sostanze e assoluti, buoni per fermare il pensiero come di fronte a un muro. Uscendo dallanimale lumano si consegna al valore di scambio, ovvero al simbolico. Ma la parola resta strutturata come un inconscio: dice sempre meno di quel che sa, sa sempre meno di quel che dice. Questo scarto riguarda a mio avviso il reale. Il reale non è solo faccenda di realtà, di evento effettivo. Alla svolta della strada posso imbattermi nellamore della mia vita o essere ucciso da unautomobile. Non lo so mai prima. Questo è il reale dellevento. Ma poiché per lumano levento è in realtà inevitabilmente rappresentazione in forma di parola, poiché il fatto è di fatto parola, poiché la domanda che noi siamo domanda su ogni evento, ne viene che il reale ha sempre a che fare con la mancanza di una rappresentazione ultima, di una decisione della parola finale.

Certo che il reale riguarda il buon incontro o il cattivo incontro, ma chi o cosa decide del buono o del cattivo? Ripeto, al di là dellevento fattuale si dà in ogni e-venire loccasione necessaria del lavoro del domandare che dà il tono, il tempo, la voce allevento in sé. Questo lavoro del domandare è il reale - direi il più-reale, se vi fosse un gradus nel reale - poiché è impossibile da pensarsi finito.

Voglio anche dire che ciò che c’è, ogni posto, si dà non nel reale ma nel simbolico. Il reale non manca di niente, contiene tutto. Ma si tratta di un niente virtuale, un tutto virtuale. Poiché del reale non sappiamo niente, se non i nostri pensieri sul reale. La mancanza appartiene al simbolico. Solo lì qualcosa può mancare. Mentre il reale è il dominio, il regno costantemente ignoto (non parla) o del tutto noto (se ne può pensare di tutto), il simbolico è il regno della mancanza. È un domandare senza fine.

Detto in altro modo. Il simbolico conosce Aletheia, la verità in quanto darsi/ritrarsi dellessere (come infinita domanda); il reale no. In questo senso il simbolico (come daltronde limmaginario, per restare nel nodo borromeo di RSI, Reale-Simbolico-Immaginario, proposto da Lacan) introduce costanti scritture - o tratti o voci o segnature o tacche -, fratture, separazioni, divisioni nel reale. Su questo taglio, Psicanalisi Critica dovrebbe rileggere il dialogo tra Lacan e Hyppolite su giudizio dattribuzionee giudizio desistenza.

Il tema della Bejahung, il giudizio, è, insieme allidentificazione, il colpo davvio di ogni parlante. Sulla questione dellIdentifizierung ho già dato la mia versione anni fa, ne Lincertezza delle voci, e lho ripresa adesso nel Numero 2 della nostra RiVista, La servitù (in)volontaria4. Era a mio avviso necessario riprenderla dopo dodici anni, proprio lì, in quel contesto, per legarla a una versione più esplicitamente politica.

Aggiungo ancora una cosa. Mi sembra che Žižek e Laclau, per come li posso comprendere, abbiano in mente una relazione tra simbolico e reale tale che il primo fa violenza al secondo. Il simbolico, qui proprio come ordine simbolico, imbraga, costringe il reale allassoggettamento e alla dipendenza. Può essere una teoria politica, che vedrebbe il linguaggio in un modo che fa eco a una bella frase di Benjamin: la Storia è soprattutto la storia scritta dai vincitori. Il simbolico sarebbe qui un ordine (del pensiero dominante, della cultura del padrone, delleconomia capitalistica) e il reale avrebbe sempre un senso destinale comunque rivoluzionario o sovversivo. Non sono daccordo. Anche perché trovo questa posizione assai conciliante, alla fine, e pressoché inoffensiva per il sistema ideazione dominante. Questo da tempo ha compreso il modo migliore per disinnescare un pensiero non allineato, ogni volta che si presenta. Non gli fa la guerra, non lo confuta più di tanto, lo lascia essere, lo compra e lo rivende come prodotto. Così ottiene i soliti due vantaggi: ne disinnesca il potenziale critico e fa vedere quanto lui, il sistema, sia indubbiamente democratico.

Ora, rivendersi il reale come gadget antagonista può essere unidea divertente, ma non credo che sia realizzabile.

 

Andrea Sartini: Leggendo Lacan ho sempre considerato decisiva una questione, questione che a posteriori mi ha portato a riconsiderare tutti i miei studi e le mie passioni filosofiche; una riconsiderazione che, più nello specifico, mi ha fatto comprendere come nel mio cammino filosofico non avessi fatto altro che ruotare attorno a questa questione, a questo unico pensiero, che peraltro ancora oggi non finisce di attraversarmi come l'autentico da pensare. Cerco in breve, per quanto possibile, di spiegarmi. Si considera con l'espressione fine della filosofia quella particolare radicalizzazione in senso linguistico (svolta linguistica) di una svolta precedente e cioè la svolta in senso trascendentale operata dalla filosofia moderna (si pensi a Kant). La svolta linguistica in filosofia (pensiamo a Wittgenstein e Heidegger su tutti) non sarebbe altro che l'esito della filosofia trascendentale dei moderni che già con Hamann, Herder e Von Humboldt aveva letto in chiave linguistica l'apparato trascendentale kantiano. Ora, perché richiamare Lacan in questo quadro? Perché Lacan, nella cui formazione grande spazio ha avuto la riflessione filosofica, ci ha ricordato che se da una parte il n'y a pas de métalangage (non esiste un fuori del linguaggio) ovvero non esiste dimensionealtra dal linguaggio (simbolico), dall'altra evoca un resto non simbolico nel cuore del simbolico (l'erranza acefala del godimento che prescinde dall'Altro del linguaggio), quello che Lacan stesso evoca con l'espressione c'è dell'Uno. Posta in questi termini la questione, Lacan sarebbe uno straordinario interprete della fine della filosofia e al tempo stesso colui che riporta il domandare filosofico alle origini, origini che spingono la domanda a confrontarsi con un fuori, un assoluto non dialettizzabile. Trovo che questa tensione problematica tra i due registri, che l'opera di Lacan magistralmente condensa, sia il luogo imprescindibile da cui debba muovere qualsivoglia pensiero critico. Il pensiero critico sarebbe ciò che crea in questa tensione.......cosa ne pensi?

 

- Alberto Zino:La parola resta strutturata come un inconscio. Se cerco di ascoltare e riascoltare questo passaggio in maniera almeno degna, mi viene sempre da rimandarlo al rapporto tra linguaggio e inconscio.

A mio avviso le due questioni, le domande, intorno alla costruzione della verità e alla parola-come-un-inconscio vanno di pari passo, se ha un senso dire così. Non sono separabili. Affrontare il loro reciproco annodamento rinvia di nuovo al reale, a quel «resto non simbolico nel cuore del simbolico (l'erranza acefala del godimento che prescinde dall'Altro del linguaggio), quello che Lacan stesso evoca con l'espressione c'è dellUno», come suggerisci nella tua domanda.

Stiamo procedendo tramite uninterrogazione intorno a questa sequenza fatta di tre scenari, tre fuori: parola-come-un-inconscio/costruzione della verità/il reale e il resto o buco nel cuore del simbolico.

a) Parola-come-un-inconscio - Preferisco leggere la frase di Lacan linconscio è strutturato come un linguaggioal contrario. Il linguaggio, la parola, è strutturata come un inconscio.

Per tre motivi: 1) la frase di Lacan - forse tolta dalla sua penna - rischia un fraintendimento di fondo, che per me non fa che ricacciare psicanalisi in unazione di ripristino del discorso morale, per quanto qui in una delle sue forme più elevate. Forse una forma-limite, oltre il quale la morale va necessariamente a sbattere contro la potenza di unetica. Fraintesa, la frase rischia di aizzare il linguaggio come sistema che avrà ragione della cosa, cioè di inc, sigla che Freud adopera per inconscio. Sè è un linguaggio, lo possiamo dire, rappresentare, definire. Questo sanno gli umani.

2) Il rovescio mette in crisi laltra parola fallica della frase. La struttura. Finalmente la cosa può essere destrutturata, decostruita, deostruita. Nessun linguaggio sa la struttura di inc, dato che coincide proprio con lei. (Non risulta che possa darsi sapere- se non paranoico, ma il sapere della paranoia è, nella sua certezza di totalità, il più povero sapere che esista: pressoché nullo - se la cosa da sapere coincide con la cosa che vuole sapere).

3) Nel rovescio, appare una certa luce nellespressione come un inconscio. Il chiarore, il lampo di questo come è proprio abbagliante. Dice lassenza di ogni che cosa. Le passa avanti.

b) Costruzione della verità - C’è senzaltro una costruzione in psicanalisi che va mantenuta. Rilanciata, direi. Insieme alle parti migliori del discorso della filosofia. Si tratta di una specie di fantasma, di revenant che appare e scompare incessantemente in psicanalisi, come uno dei suoi ospiti più scomodi e più seducenti. È la questione della costruzione della verità.

Nel 2008 ho dedicato la terza parte del libro La passione dellAltro alla lettura di Costruzioni nellanalisi di Freud, del 1937: uno dei testi più folgoranti del suo lascito. È lì che Freud parla del tipo particolarissimo di verità che si dà in analisi: non quella dei fatti o storica, ma la verosimiglianza. Non è il vero (la prova del vero) che guarisce, ma il verosimile. Le sue costruzioni5.

Le costruzioni della verità analitica sono proprio de-costruzioni, de-ostruzioni che riaprono buco e vuoto. Sta qui tutta la questione dellanalisi come incessante domanda. È per questo, anche se non lo si pensa mai così, che si dice domanda di analisi. La gente, spesso gli stessi psicanalisti, pensano che sia una domanda come le altre: di aiuto, di terapia, di guarigione. Lo è anche ma a un tempo è tuttaltro. Mentre lanalista nomina la parola domandaalla persona seduta davanti a lui nel colloquio, volendo con quella parola significare la richiesta dellaltro, credendo di dire una cosa normale, è come se una scossa aprisse il portale di inc, che da quel momento, allinsaputa dei soggetti, inizia il frullare millenario del lavoro del buco parlante. Almeno uno dei due dovrebbe saperlo.

c) Il reale e il resto o buco nel cuore del simbolico - Lacan propone: c’è un reale nel destino di uno psicanalista. È la terza di quelle tre formulazioni che dicevamo prima. So che alcuni analisti o commentatori leggono questa frase in un senso molto pratico. Anche lanalista è un umano e deve fare i conti con una realtà del quotidiano, della sua vita personale, gli affetti o lidraulico la mattina dopo. Può sembrare banale ma non lo è. Dice che lanalista ha da fare i conti con la vita, sbarcare il lunario come tutti, cercare di tenere i pezzi del suo reale a posto in qualche scaffale di libreria. Non male ricordarglielo ogni tanto, specie quando la sua principale dimensione etica - essere, in quanto analista, senza-autore - gli latita un posotto i colpi del narcisismo o del bisogno di padronanza. Ma il reale che c’è, il y a, es gibt nel suo destino, è unaltro. È il buco. Produzione e riproduzione incessante di vuoto parlante.

Questo è il reale che ritorna sempre allo stesso posto. Ciò che torna, tornia ancora, forgia senza risultato uno stesso posto, riviene, ri-eviene in quanto giunto infinito ed eternamente mosso tra simbolico e reale, tra darsi continuo di produzione ed es-produzione, es-posizione senza posto, luogo del non di ogni luogo di ogni tipo e genere del luogo: reale, immaginario o simbolico che sia. È come se nel mezzo del nodo borromeo, nel suo cuore o nodo pulsante, o in ogni suo luogo, battesse un battito infinito che è il suo motore. Punto mobile, chi sa, non si può dire centro in effetti, cade in qua e in là, come Lucrezio dice degli atomi, nunc hinc nunc illinc, il buco vaga e noda, dice e non dice, dandosi si ritrae, viene e dispropria, Ereignis ed Enteignis, aletheia. Aletheia, si, nel suo gioco di orribile bellezza, tanto da non poterla vedere mai.

La psicanalista e lo psicanalista. Il reale che c’è, il y a, es gibt nel loro destino, è il buco o vuoto parlante nel cuore del simbolico. Per questo loro non possono formarsi al simbolico in quanto scuola di sole parole, divenire dei buoni traduttori, scoliasti, ermeneuti di un testo posto come una stella fissa nelle grammatiche antiche del loro analizzante. Troia non c’è più, Freud esitando laveva detto, non ci sono strati, la discesa non si fa per piani terrazzati sulla storia, niente ascensore né lieto fine del ritroso. Per questo gli analisti non possono formarsi al solo simbolico, al simbolico rimasto solo, oppure solo con limmaginario, loro due lì a darsele sul ring per leternità, come in quei matrimoni tenuti su dalla carriera senza limiti, dal più antico dellamore, dal rancore che non può finire mai.

Per questo lei e lui, gli psicanalisti, possono formarsi a quel campo o coltura dellimpossibile che da Lacan in poi chiamiamo reale. Va detto tuttavia che in Freud vi erano tracce cospicue. Che altro sono Urverdrängung, Todestrieb, verosimiglianza, per non dire di inc, se non già, per dirla con Rescio, «tracce dellindecidibile»6?

Il potere del reale - se vi fosse, se si potesse rappresentare - è così immenso e infigurabile da aver deciso di non esistere senza immaginario e simbolico. Qui il genio di Lacan, a mio parere, sta nella figura del nodo borromeo. Nessuno dei tre, reale compreso, può esistere senza gli altri due, di modo che si creda che siano uguali, stesso piano, stessi diritti, ed è vero che se uno si sfila tutti svaniscono. Tre nodi, tre doni intorno a un buco che tornia di sé domanda senza fine.

A questo reale si forma lo psicanalista, non ad altro. Oppure ad Altro si, a tutto larmamentario del simbolico votato, vocato a fallire sempre ma fallire meglio.

Per questo la formazione è innanzi tutto della propria vita personale, del suo modo di essere e di vivere. Anche dopo lanalisi didattica o la supervisione, orribile termine fuori dalla grazia analitica.

Per questo la formazione è costruzione di sé come (verità di) uno stile. Non come unideale raggiungibile e quantificabile.

Per questo la sua professione è stranissima, come probabilmente la sua personalità analitica, la sua ricerca, il suo modo di relazione con gli altri.

Per questo per lui il reale è un lavoro.

È un fatto politico.

Il reale è politico perché riguarda i tratti di impossibile: che altro se non lAltro, il linguaggio e lessere-in-comune?

Per questo «il pensiero critico sarebbe ciò che crea in questa tensione», come domandavi.

 

Andrea Sartini: Un'appendice a questa domanda. Nel mio insegnamento al liceo quando mi trovo a presentare agli studenti le origini dell'interrogazione filosofica mi sono sempre rifiutato di dire loro che la filosofia nasce dalla meraviglia di fronte a ciò che è; la traduzione di thàuma con meraviglia tradisce l'intensità del termine greco. Preferisco restituire thàuma con sgomento di fronte a ciò che si presenta come minaccioso, inquietanteinsomma il thàuma è lo sguardo angosciato di fronte all'essere di cui non si conoscono le leggi. Questo mi porta a sottolineare che la filosofia nasce come una ricerca intorno all'essere con tratti spiccatamente difensivi; la ricerca filosofica non sarebbe altro, seguendo questo taglio interpretativo, che svolgimento concettuale in risposta (difensiva) ad un trauma originario. Nelle mie peregrinazioni tra filosofia e psicanalisi ho sempre sentito una grande vicinanza tra il thàuma e la condizione di Hilflosigkeit (impotenza, assenza di difesa)di cui parla Freud. Sono avvicinabili le due dimensioni secondo te?

 

- Alberto Zino:Viene in mente lattacco straordinario di Freud quando comincia a suonare la sua musica agli studenti di Psichiatria dellUniversità di Vienna: «In fondo, vi sconsiglio di venire ad ascoltarmi la prossima volta [] Vi mostrerò come tutto lindirizzo della vostra precedente formazione e tutte le vostre abitudini mentali debbano inevitabilmente rendervi avversari della psicoanalisi, e quanto resti da superare in voi stessi per aver ragione di questa avversione istintiva»7. Il resto da oltrepassare è, di nuovo, la scommessa della formazione dellanalista.

Lo sgomento e la meraviglia della filosofia sono anche sui suoi risultati di volta in volta, ma soprattutto sulla sua condizione di fondo. Che è la domanda. Per questo rispondo sempre alla filosofia con la questione della Seinsfrage, della domanda dellessere, che è a mio avviso proprio leterno rimosso della filosofia.

Un sapere fatto di risposte incarna proprio la condizione difensiva della filosofia, è povero e immiserito, ha perso il thàuma, ha dimenticato lessere-senza-aiuto, ha smarrito lo smarrimento. In Psicanalisi Critica questo non è un male né qualcosa da cui guarire. Fa male, certo, ma non è la stessa cosa. Il nostro sapere è un sapere che non si sa8.

Si, è suggestiva la «vicinanza tra il thàuma e la condizione di Hilflosigkeit», che proponi. La détresse, limpotenza, come traduciamo noi, è proprio questa Losigkeit dello Hilfe, lo smarrimento dellaiuto, del sostegno. Il thàuma è proprio questo vedere orrendo, maledetto, malevisto perché non vede più la Legge.

Tuttavia, forse il thauma è lunico sguardo possibile verso il reale. Vista che non vede, se per vedere intendiamo ciò che Freud nomina rivolgendosi a quegli studenti psichiatri, quando dice loro: «Nellinsegnamento della medicina siete stati abituati a vedere. [] Purtroppo tutto va diversamente nella psicoanalisi»9. Trovo splendido quel «purtroppo».

Il tu non potrai vederenon significa che non vedrai, significa che qui, in psicanalisi, si tratta di altro, di vedere altro, di ascoltare cioè di vedere in un altro modo: con un orecchio quel che locchio non può.

Infatti. Il reale torna sempre allo stesso posto.

Il thauma ci riporta al senso del ritorno. Nel suo etimo: lavorare al tornio, muovere in giro; in Plinio il Vecchio si trova nel senso di menare attorno. Tornare: incamminarsi e prendere la via verso il luogo, onde prima sera partiti; ripigliare le antiche abitudini; esser di nuovo ciò che si fu innanzi. La tornatura, il tornamento, la tornata.

Come meravigliarsi che la nostalgia sia lalgia, il dolore, del nòstos, del ritorno? Perché il tornamento non finisce mai. Lanalisi sì, prima o poi: perché è approssimazione umana, va vicino alla cosa ma non lo è né può dirla tutta. La tornata non finisce di tor(na)mentare.

 

Andrea Sartini: Nel Seminario XXIII di Lacan (pag. 121) si legge: "Trieb. Questo termine è stato tradotto in francese con pulsion, pulsione, oppure pulsion de mort, pulsione di morte. Non capisco perché non abbiano trovato una traduzione migliore quando c'era il termine dérive, deriva. La pulsione di morte è il reale". Ti suggerisce qualcosa il problema di traduzione sollevato da Lacan?

 

- Alberto Zino:Si, certo. Non posso sapere cosa avesse in mente, ma questo è il Lacan che preferisco. Non sono un suo commentatore, come non lo sono di Freud né di nessuno. Faccio un altro lavoro, che è quello dello psicanalista. Nella dimensione del mio lavoro, parole come queste di Lacan sono quelle che prediligo: perché sono senza speranza, senza alibi. O almeno, fanno venire voglia a me di parteciparvi in questo modo. Senza speranza non vuol dire che non c’è più speranza. Questo è un escamotage tipico del sistema ideazione dominante, che poggia sempre su basi salvifiche. Se non c’è riscatto più o meno sicuro allora non c’è niente. Per me qui siamo a distanza totale dalla psicanalisi come la intendo.

Nel passo di Lacan, sottolinei giustamente la questione della speranza. Sta parlando di Joyce, Finnegans Wake, e dice che il progresso non esiste, che si gira sempre in tondo.

«C’è forse un altro modo per spiegare che non c’è progresso. Il fatto è che non c’è progresso che non sia segnato dalla morte, per questo Freud sottolinea di spingere [trieber] questa morte, se posso esprimermi così, di farne una pulsione [Trieb]. Questo termine è stato tradotto in francese con pulsion, pulsione, oppure pulsion de mort, pulsione di morte. Non capisco perché non abbiano trovato una traduzione migliore quando c'era il termine dérive, deriva.

La pulsione di morte è il reale che non può essere pensato se non come impossibile. Cioè a dire, ogni volta che mette fuori il naso è impensabile. Affrontare questo impossibile non può costituire una speranza, poiché è impensabile, è la morte, e il fatto che non possa essere pensata è il fondamento del reale»10.

Dire che «la pulsione di morte è il reale» non è laffermazione del senza speranza. Vuol dire togliere ogni speranza in quanto salvezza padronale del soggetto autore. Vuol dire levare speranza a quel modo di pensare, denunciarne, come direbbe Freud, la «miseria nevrotica». La conseguenza non è il senza-speranza tout court, ma al contrario lapertura di una speranza totalmente altra. Senza alibi11.

Non posso sapere cosa avesse in mente Lacan, ma credo che nellopera di Freud vi sia uno snodo importante quando si trova a speculare intorno alla spinta della morte. Lei andrebbe sempre tenuta vicino a Urverdrängung (rimozione originaria), inc, verosimiglianza, reale. Sono quei luoghi-non-luoghi della psicanalisi irriducibili alla stupidità e alla violenza del non voler sapere. Infatti, non è marginale, sono i posti della teoria psicanalitica e della formazione degli analisti più politici: sia nel senso della loro «sovversione non sospetta» (Jabès) - e per questo sempre da fare senza fermarsi - che della loro prassi (clinica, insegnamento).

La speculazione conduce Freud a parlare non solo del modo umano di essere ma anche della sua civiltà. Non siamo mai lasciati soli con Eros, tutte le volte c’è anche Thanatos. Che spinge verso il dislegame, mentre Eros lega. Uno compie i nessi, laltro allontana i fasci, le bende, legature di cui siamo fatti. Movimento che sarebbe la stessa forma di vita che ci riguarda. Né troppo legame né troppo dislegame, ma una forma - forma di Tod, di fuori, di non del pensato, di senza autore per dirlo con Blanchot - che si lascia attraversare da entrambe senza pretendere di dominarle. Naturalmente ciò è già abbastanza sovversivo. Le due pulsioni del fondamento che spingono una in qua e laltra in là. Unidea di umano come una specie di elastico, tirato da due parti. Ma c’è di più. Freud nomina unaltra pulsione, la chiama Destruktionstrieb, la spinta della distruzione. Sembra, come dice,«unestroflessione della pulsione di morte». Un umano rivolge la sua propria morte (il suo non, il suo fuori, lintollerabile) verso lesterno. Sappiamo come vanno queste cose. Prima si comincia litigando con il vicino di casa, poi a un semaforo, infine qualche etnia.

Tuttavia, la Destruktionstrieb non è tanto lapertura della finestra della pulsione di morte che guarda lAltro, ma è proprio la resistenza a lei. Lumano, non volendo sapere di un Todestrieb che lo sovrasta quanto e più di Eros, rovina quanto gli capita a tiro. Per alcuni ciò non è rinunciabile. Per loro la lotta è il succo della vita. La psicosi paranoica fa credere che non c'è vita se non nella furia di strage. La cosa, ai giorni nostri, è piuttosto attuale.

Todestrieb non ha proprio niente a che fare con qualsivoglia idea di mortifero nel senso del distruttivo o del rovinoso. Ciò era molto chiaro, direi innovativo, nellelaborazione di Rescio. Il rovinoso appartiene al contraccolpo del non voler sapere di Todestrieb. Allora la domanda di analisi sarebbe per lanalizzante la richiesta di essere reso più forte nel suo non voler sapere. Incredibilmente, mi viene da dire, vorrebbe essere allontanato il più possibile da ciò che ha di più proprio. Ancora una volta, lontano da un sapere che non deve sapersi.

Questo sapere da non sapersi è del tutto opposto allidea di progresso. Proviene, deriva, da un a venire segnato dalla mancanza in quanto lavoro.

Da questa visuale, la spinta della morte deriva, proprio come il reale, dal sottrarsi stesso della rappresentazione a sé. Se vuoi, è una situazione paradossale, che può indurci alla disperazione o a un sonoro umorismo. Gli umani non tollerano ciò che non si ricuce dentro allordine simbolico o ciò che non si proietta sullo schermo dellimmaginario. Eppure è questa deriva, questo resto che resta, a far sì che la vita sia qualcosa che non si ferma, o la parola o il pensiero. Senza reale, senza dissolvimento del nesso, senza buco o vuoto parlante, lumano è consegnato, assegnato in maniera crescente alla fissità del sintomo.

Per questa via stiamo dicendo insieme quanto in effetti lanalisi implichi necessariamente, nei suoi effetti, la costruzione di una riposizione in rapporto al reale.

LHilflosigkeit apre alla condizione mortale, i mortaliparlanti o parlantimortali che noi stessi siamo, in quanto dérive, deriva di spinta, risacca pulsionale. E la prima forza, la prima brutale necessità, appena emersi in questo luogo-fuori, sembra essere la difesa. Difesa paradossale perché è contro se stessi. Da tanto tempo gli umani hanno indicato proprio qui, in questa contraddizione, contra ogni dizione, quellesordio tragico della vita che non li lascerà mai: Meglio sarebbe per luomo non essere mai nato e, qualora nascesse, farla finita prima possibile12. Ma il contra es-pone alla parola: parola mortale, parola politica. Il male è la risorsa, lo spaesamento è la testimonianza. Ciò che contraddice il bisogno di difesa è proprio la dérive grazie a cui Todestrieb è il reale e la Seinsfrage, la domanda dellessere è, se fosse possibile, il più-reale.

Così, il fondo dellanalisi non è il potenziamento delle difese ma limpossibile che si mette fuori.

È il punto in cui il reale è politico e lanalisi è politica.

Qui sta la riposizione dellanalisi. Lanalisi ha un fondo perché è impossibile. Limpossibilità dellesistenza non è un male da curare, ma, in quanto incertezza delle voci del domandare, la testimonianza più propria dellumano. Quando lio si comprende nella sua esigenza protettiva corre il pericolo maggiore. Sente lesposizione alla morte in quanto morte parlante, o alla parola in quanto parola mortale. Ha loccasione di comprendere, come direbbe Heidegger, il proprio «esser-gettato nella morte», ovvero nella parola stessa. LAbgrund, labisso, giace in questa originaria simultaneità dello spaesante.

Solo lasciando essere (testimonianza) la morte che è nella vita, labisso del domandare, linconscio può farsi voce, oltrepassando gli usuali criteri del dominio supposto tale. Il zu del Sein-zum-Tode, o il per (dellessere-per-la-morte) riceve così infine la sua dignità di domanda. In fondo, se la psicanalisi vuole procedere criticamente, non vedo quale altra elaborazione della pulsione di morte sia possibile13.

 

 

1Lo spaesamento e il testimone, Edizioni ETS, Pisa 2006.

2A. Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel, Adelphi, Milano 1996.

3M. Blanchot, J.-L. Nancy, A. Sartini, C. Tabacco, T. Tarani, A. Zino, Scritture della creazione. In dialogo con Maurice Blanchot e Jean-Luc Nancy, Edizioni ETS, Pisa 2013.

4“Psicanalisi Critica”, Numero 2, Edizioni ETS, Pisa 2014 (www.psicanalisicritica.it)

5Ho utilizzato ancora questo passo capitale di Freud nei Frammenti di fondazione per la psicanalisi critica (2010) e in un intervento a Berlino nel 2013 (“Domande d’ombra, profane costruzioni”), poi pubblicato in Il panico e la sorgente. Psicanalisi, DSM e altre domande, Edizioni ETS, Pisa 2014.

6Cfr. A. Rescio, Inconscio e umorismo, in Aa. Vv., “Trieb. Intorno alla psicanalisi”, n. 1, La Spezia 1982.

7Introduzione alla psicanalisi. Prima serie di lezioni, In Opere, vol. VIII, Boringhieri, p. 244.

8La questione viene inaugurata da Lacan («L’analisi è venuta ad annunciarci che si dà del sapere che non si sa, un sapere che si supporta del significante come tale», in Le Séminaire, Livre XX, Encore, Seuil, Paris 1975, p. 88; ed. it. Il Seminario, libro XX, Ancora, Einaudi, Torino 2011, p. 90. E ripresa in particolare da Maud Mannoni che le intitola un bel libro (Un savoir qui ne se sait pas, Denoël, Paris 1985; ed. it., Un sapere che non si sa, Spirali/Vel, Milano 1989).

9Ivi.

10Il y a peut-être tout de même une autre façon d'expliquer qu'il n’y ait pas de progrès. C'est qu'il n'y a de progrès que marqué de la mort, ce que Freud souligne de trieber cette mort, si je puis m'exprimer ainsi, d'en faire un Trieb. On a traduit en français par pulsion ou pulsion de mort. Je ne sais pourquoi on n'a pas trouvé une meilleure traduction alors qu'il y avait le mot dérive.

La pulsion de mort, c'est le réel en tant qu'il ne peut être pensé que comme impossible. C'est-à-dire que, chaque fois qu'il montre le bout de son nez, il est impensable. Aborder à cet impossible ne saurait constituer un espoir, puisque cet impensable, c'est la mort, dont c'est le fondement du réel qu'elle ne puisse être pensée. (J. Lacan, Le Séminaire, Livre XXIII, Le Sinthome, Seuil, Paris 2005, p. 125).

11Cfr., sul sans alibi della psicanalisi, J. Derrida, Stati d’animo della psicanalisi. L’impossibile aldilà di una sovrana crudeltà, Edizioni ETS, Pisa 2013.

12Cfr. Sofocle, Edipo a Colono, in Tragici Greci, Mondadori, Milano 1982, p. 265: «Non esser nati, è condizione/ che tutte supera; ma poi, una volta apparsi,/ tornare al più presto colà donde si venne,/ è certo il secondo bene».

13Cfr. Lo spaesamento e il testimone, op. cit., pp. 198-99.