FORMAZIONE

Formazione comprende il seminario di Psicanalisi Critica, l’analisi didattica personale, i gruppi di “Teoria della clinica”. Infine, lo stile e la pratica del confronto collettivo, la cui assenza rende prigionieri di riti e tornaconti senza umorismo e senza grazia.

 

Alcuni passi dagli scritti di Alberto Zino

 

Il lavoro dell’analisi è completamente diverso da ogni altro lavoro umano, salvo talvolta la scrittura, cioè letteratura, poesia, perché fa costantemente due operazioni.

Dissotterra i demoni - e già qui capite che siamo abbastanza fuori dal sentimento dominante che in genere tende a cancellare l’inferno, affogandolo nelle sue posticce teorie del bene, visto che fino a prova contraria l’illusione si vende e si compra meglio, più di ogni altro prodotto .

Quindi, prima si dissotterrano - nobile attività - i demoni, come diceva Freud chiaramente. Un verbo che significa un’attività manuale, da agricoltore antico; tirare su, prendere dalla terra, Freud domanda: con la questione dell’inconscio abbiamo tirato su i diavoli dall’inferno. Ora che ci si fa? Questa è la seconda operazione psicanalitica. Invece di ricacciarli giù scornati, dopo aver tolto le cose sconce, li ascolta, li fa parlare, non li rimette a posto.

Si fanno venire su i terrori e poi non si lavora per sopprimerli, non si lavora per riportarli nel cerchio maniacale degli idoli; li si lascia diventare demoni; con le loro domande all’inizio spaventose li si fa diventare una prova, un laboratorio.

Le domande, anche le più terribili, possono diventare prove di esistenza.

Intendo dire che l’analizzante non lo sa, ma qualsiasi sia il suo dolore, qualsiasi sia la sua fatica di vivere, è proprio da quell’impegno e non dall’altro, dal salvatore come egli si aspetta, è proprio da quel lavoro che verrà, forse, la sua dignità, la sua grazia.

Lasciar venire i demoni su dall’inferno senza ordinarli, senza metterli nello zoo, senza aggiungere un’altra gabbia alle infinite carceri di cui dispone la macchina del sapere.

La differenza tra la psicanalisi e gli altri saperi è questa: come se il direttore dello zoo aprisse tutte le gabbie degli animali e si lasciasse invitare dagli animali a casa loro, nelle Afriche, nelle savane. La psicanalisi è per sua natura multietnica, è no-global, ma nel senso autentico del termine; non abbiamo dovuto aspettare i movimenti attuali. Cosa volete che sia per noi accogliere lo straniero; non facciamo altro da cento anni, e il nostro straniero è forse più inquietante di un colore della pelle.

Raccogliere l’ignoto senza trattenerlo. Nei primi anni del suo seminario, Rescio riprendeva spesso da Adorno indicazioni come questa, indicando una strada. Densa di stile, per il pensiero critico e per la stessa formazione degli analisti, via per me, da allora, non rinunciabile. (Psicanalisi e filosofia. Il male, Edizioni ETS, Pisa 2004, pp. 16-17).

 

 

Quando si tratta di umani, quando si parla tra umani di loro stessi, perché se parliamo di cibernetica o di idraulica è tutt’altra storia, quando si parla di umani tra umani dobbiamo avere una domanda molto aperta, quanto ce lo consentono le orecchie, proprio su ció: anche se andiamo a sentire dei seminari, anche se andiamo ad ascoltare conferenze, anche se partecipiamo a riunioni di formazione psicanalitica, noi insegniamo qualcosa che non è insegnabile, noi impariamo qualcosa che non è imparabile.

Insegniamo l’imparabile.

Insegniamo ciò che non si può parare.

E’ per questo che la maggior parte degli analisti, delle scuole di psicanalisi hanno dopo un po’il mal di testa; ma forse lo stesso si può dire per le scuole di poesia o di musica.

Questo non vuol dire che non ci siano insegnamenti, non si fa altro; questo non vuol dire che non ci siano apprendimenti, non si fa altro, ma non si fa altro perché c’è qualcosa che non può mai passare al cento per cento, che non transita una volta per tutte.

Insegniamo quello che non si può parare, né mostrare, né fermare, tanto meno reggere, circoscrivere, apparecchiare come una risposta data; e se questa cosa non si può fare del tutto una volta per tutte ne deriva che non si fa altro che continuare a farla.

Per questo noi non ci stanchiamo.

Cosa spinge un umano a frequentare un corso, dove trova difficoltà a capire, cosa spinge a leggere un libro, ad andare a vedere una mostra di pittori espressionisti dove sa in anticipo che non capirà. Qualcosa di noi continua a cercare l’imparabile, che non è ciò che si riduce ad un apprendimento di tipo tecnico, ma è ciò che non si può fermare, non si può reggere né dimostrare. (Psicanalisi e filosofia. Il male, Edizioni ETS, Pisa 2004, pp. 122-123).

 

Antigone è uno dei modi in cui in tutti questi anni qualche volta mi sono confrontato con la domanda intorno alla differenza tra la psicanalisi e qualsivoglia forma di psicoterapia. Nel senso che è in gioco la tragedia. Oppure quel che Rescio e Lacan nominano come il tragico. Ma non solo nel senso che la psicanalisi riconosce il tragico, poiché lì accade, è quello il suo territorio, e la psicoterapia non lo ravvisa. Ciò sarebbe falso. Il tragico in genere non chiede permesso, per essere. Quindi non è che se una psicoterapia lo vuole tenere fuori dalla porta esso si accomoda efficacemente in sala d’aspetto. Sempre abbiamo a che fare con questa dimensione della condizione umana. Psicanalisi e psicoterapia differiscono, feriscono in modo diverso, per il fatto che nella prima è in atto ciò che chiamiamo desiderio. E che a un certo punto nel nostro campo si è finalmente espresso come desiderio dell’analista.

Un po’ come la poesia o una volta la filosofia, certa letteratura, qualche momento dell’arte o della musica, nel campo che è il nostro desiderare di essere ciò che si è, ma che per il fatto stesso di desiderarlo non lo si è ancora, è fondamentale.

Il desiderio dell’analista non è un qualcosa che possa esserci o non esserci, non partecipa del dubbio. Si tratta di un desiderio cui siamo obbligati. Non è un dovere, ma una questione etica. In realtà è semplice, si lega ad Antigone. Il desiderio dell’analista, il desiderio che desidera l’analista, è un desiderio di impossibile.

Si suppone che il desiderio di un analista sia rivolto all’ascolto dell’inconscio: l’impossibile per eccellenza. Come quello del poeta, è desiderio di qualcosa che per definizione resta lontano nella sua vicinanza estrema. Quando Freud giunge a quel punto della vita in cui in genere si diventa saggi sostiene che si danno tre cose impossibili: educare, governare - “vivere insieme”, porsi il problema della legge della vita comune - psicanalizzare, come egli scrive con lo stesso candore con cui poco prima di morire sostiene che dei sogni c’è ancora molto da capire. Lo dice in un modo che definirei tragico, sostiene che alberga nell’essenza del sogno l’impossibilità di lasciarsi comprendere. Brucia un po’ alla nostra abitudine a capire; tutto, o quasi. Con lo stessa lealtà Freud scrive che la terza cosa impossibile è la psicanalisi stessa. Vedete quanto ciò sia abbastanza divertente. Da anni, più di cento, facciamo una cosa che riteniamo molto importante e che tuttavia è impossibile. Occorre un poco di follia. Non è poi così difficile diventare analisti, difficile è rimanerlo. Poiché implica una passione. Per le passioni, la cosa più problematica è il tempo che passa. (Vita comune. Per un’etica, Freud, Edizioni ETS, Pisa 2005, pp. 13-14).

 

Ho comprato una stampante nuova. Che peró è isterica. Certo questo deve avere a che fare con il desiderio dell'analista.

Il disegno ergonomico si arcua con leggera asprezza ma forma convincente verso una curvatura improvvisa, nel finale. Si tratta di parare il getto. I fogli schizzano fuori senza preavviso. Pigola come un umano durante l’orgasmo, ogni suono un foglio. Rallenta sul finale della stampa e all’ultima carta emette un sospiro. Raramente nella mia corta vita ho avuto l'impressione di essere cosí tagliato fuori. Ho scoperto che una stampante è in grado di godere senza la mano dell'uomo. Forse in quanto umano vorrei essere l'artefice del godimento della stampante. Anche perché il desiderio dell'analista è forse di controllare, possedere, operare. Insomma, gestire. Questa è una opinione comune. Evidente che l'analista desideri fare il suo mestiere, dunque disporre e padroneggiare. Per quanto riguarda invece il nostro domandare, la ricerca di un punto etico che stiamo chiedendo a Freud, credo che dovremmo riflettere su quanto segue.

Il desiderio dell’analista non è il desiderio di fare l’analista.

Il desiderio dell’analista non è il desiderio di fare.

Il desiderio dell’analista non è (nel senso di un oggetto del desiderio).

Il desiderio dell’analista non.

La sequenza è completa, ben assottigliata progressivamente. Le si potrebbe aggiungere: il desiderio dell’analista lascia a desiderare.

Verso la fine, Freud scrive un piccolo lavoro, Analisi terminabile e interminabile, dove l'analisi ha a che fare con le questioni della finitudine e dell'infinito. Ivi egli risponde con precisione totale a una domanda. Come finisce una formazione analitica? Cosa ci permette di vedere che un desiderio dell'analista si è dato, che si è concessa la sua frequentazione, che gli sia consentito operare? Per Freud occorrono due condizioni: il riconoscimento dell’inconscio e un'analisi didattica. Su questa aggiunge tre parole, quattro con la congiunzione. Un'analisi didattica può essere nur kurz und unvollständig, solo breve e incompleta1. Necessariamente.

L'ingegnere non deve costruire la propria casa o il ponte del suo quartiere, per dimostrare la capacitá professionale. Il medico non è obbligato a sezionare in tanti pezzi il suo corpo per poi rimontarlo. Invece l'analista deve sperimentare su di sé il trattamento. Parola che evoca suggestioni. Poi, nei decenni successivi a Freud, dell'analisi didattica si è vieppiú fatto a meno, quindi la cosa ha perso interesse.

Breve e necessariamente incompiuta. Non è frequente che sia breve. Forse era una speranza di Freud, pensava di avere a che fare con umani migliori. Invece siamo duri come sassi, e abbiamo bisogno di lunghe analisi.

Incompleta. Nessuna professione ti dá il via con una formazione non ultimata. Da noi l'incompiuto, questo tratto di infinito non in un punto qualsiasi ma nel Kern, nel cuore stesso dell'essere analista, è necessario.

Di questo non ci si è curati molto, nella storia della psicanalisi sono innumerevoli i misconoscimenti di questo piccolo scritto di Freud - che invece noi leggeremo qui il prossimo anno -, e vanno di pari passo con le istituzioni di percorsi formativi sempre fatti e finiti. Come si dice oggi, con un'espressione vagamente erotica, il monte ore deve essere stabilito.

Se la vediamo dalla parte del desiderio dell'analista, anche le persone cui non è mai interessato fare questo mestiere ricordano che qualche minuto fa abbiamo detto che ci affascinava l'idea di questo desiderio come un desiderio che lascia a desiderare.

E' un compito etico.

Il compito di formare un desiderio lasciandolo a desiderare.

(Vita comune. Per un’etica, Freud, Edizioni ETS, Pisa 2005, pp. 222-223).

 

 

Ma ogni sintomo, anche il più glaciale, deve fare un certo percorso di formazione. Di parola. Costretto a parlare. È lì il suo punto debole. È una storia, di ripudi, offese e violenze, che si può

ricostruire. Questo è il lavoro. A ritroso verso le precomprensioni, le anticipazioni, le concrezioni di senso che via via si sono mangiate il domandare, dandogli laspetto della certezza che resta la sua essenziale falsità. (A. Zino, Lo spaesamento e il testimone, Edizioni ETS, Pisa 2006, p. 217).

 

L’esperienza della fine è vitale, la psicanalisi deve avere cura profonda e intatta della sua dimensione, che è la stessa del distacco, del frammento. L’incertezza della voci - o l’esistenza - dispone l’uomo alla sua fine costante e quotidiana. Non è colpa nostra se gli umani hanno della fine un concetto negativo. Guai a quell’umano che non sopportando la fine pretenda di eliminarla. Parlantimortali siamo, ma siamo parlanti ogni minuto e mortali ogni minuto. Non è che siamo parlanti per una vita e siamo mortali solo alla fine.

Togliere all’umano la sua fine significa mutilarlo di uno degli eventi più interroganti che lo attraversano. Se non avessimo la fine che è nella vita, quella quotidiana di ogni giorno, di ogni minuto, noi saremmo come le pietre, o un campo di cotone.

Nell’analisi didattica e ancora di più nei gruppi sulla clinica, dove la formazione si fa transito e scambio, si apprende l’attenzione - questo almeno dovrebbero fare i futuri psicanalisti - per tutto ciò che l’umano tende a rimuovere, sterminare, tutto ciò che vorrebbe eliminare dal suo stesso domandare, come la sua fine quotidiana, che sarebbe la possibilità dell’Altro in quanto effettivamente Altro.

Chiunque abbia vissuto una pena d’amore sa o dovrebbe sapere che la fine è sempre l’Altro. La fine nel senso anche del limite, Ciò che sta sempre addosso al vostro amore è l’Altro, quello che lo delimita, che gli crea intorno la possibilità stessa di una storia.

Questa attenzione che si richiede all’analista dovrebbe essere la via maestra dell’analisi.

(La passione dell’Altro, Edizioni ETS, Pisa 2008, pp. 212-213).

 

10.17 Il vero problema di ciò che Rescio tematizza come «ripudio» (dell’inconscio, del domandare, dell’esistere), lo si vede nella conduzione delle analisi, è che i vari gradi del rifiuto costruiscono una condizione di assoluto sempre più convincente, sempre più risarcente, sempre più impenetrabile. Qualsiasi godimento che anche la migliore delle analisi possa lasciar intravedere, qualunque lealtà, su cui l’analisi possa puntare nella sua grazia, non sarà a misura della realtà di quell’assoluto. E’ il motivo per cui Freud diffida l’analista dal fare opera di convincimento o di allearsi con le parti dell’io presunte sane, imponendo in tal modo il necessario distacco da ogni psicologia e psicoterapia. Lottare con l’assoluto sul terreno della coscienza è sicura sconfitta. La psicanalisi critica deve saperlo. (Frammenti di fondazione per la psicanalisi critica, Edizioni ETS, Pisa 2010, p. 70).

 

Direzione di coscienza. Lacan: «Intendiamo mostrare come l'impotenza a sostenere autenticamente una prassi si ripercuota, come avviene comunemente nella storia degli uomini, sull'esercizio di un potere»2.

Si ripercuote. Se un analista è impotente a reggere la sua pratica, se non sostiene in modo autentico l’analisi, cioè il proprio desiderio, per fato o per incanto si esercita un potere.

«La cura è sicuramente diretta dallo psicanalista».

I principi di tale direzione, forse non quelli attesi. «Il primo principio di questa cura, quello che gli è sillabato per primo, e ch'egli ritrova ovunque nella propria formazione fino a impregnarsene, è che non deve affatto dirigere il paziente».

Un petit peu più osé: non deve dirigere proprio niente. Blasfemo, per un’idea gestionale della cura. Dirigere senza dirigere. Analizzanti alle prime battute si disperano tacitamente perché non hanno direttive se non la laconica, la lacuna: dica tutto quel che le passa per la mente. Dica i transiti, più dei contenuti, bisognerebbe specificare; se fosse possibile.

«La direzione di coscienza, nel senso della guida morale che un fedele del cattolicesimo vi può trovare, qui è radicalmente esclusa».

Il fedele. Ognuno ha i suoi gusti e il mondo è pieno di fedi. Ma qui, nella Cura, siamo da un’altra parte. Il gesto per cui l’analista dirige senza bisogno di dirigere immette l’incontro in un cammino che non ha riscontri frequenti. Raro pensare che si possa dirigere senza morale. In favore di un’etica. Che lo psicanalista abbia le sue morali private o le sue fedi. Non toglie che la psicanalisi critica sia senza-morale.

Che la direzione di coscienza ne venga esclusa non è per dire che è un errore. Le coscienze hanno in genere bisogno di essere dirette e probabilmente con certi precetti morali. Le coscienze. Qui, siamo su un altro piano. L’inconscio, si può dirigere? Non so che inconscio avete voi, forse a ciascuno il suo, ma vi auguro di averne uno che non abbia bisogno di tutore, come se fosse una semplice coscienza. La partita non è irrilevante, la psicanalisi critica vi gioca parecchio della propria questione. (La condizione psicanalitica, Edizioni ETS, Pisa 2012, pp. 35-36).

 

 

L’analisi non muore. «[...] è necessario prima di tutto rendere all'opera l'onore che le spetta»3. All’opera, non all’autore. Tratto di rilievo, per l’analista in formazione. Per questo strano tipo di umano che si addestra al fatto che non conta l’analizzante o lui stesso, ma l’opera, la parola tra loro. È lei che va costruita nel cammino, non l’onnipotenza dei suoi strumenti, che identifichiamo nell’analizzante e nel suo analista.

L’analista, lo porto avanti da tanto tempo, impari a non mettersi di traverso. Se si pensa di elaborare, trasmettere un autore, bisogna far parlare la sua opera. Se si ha cura di un’analisi non bisogna far parlare un analista ma l’opera dell’analisi. Difficile da far capire all’analizzante, la cui strategia prediletta è proprio quella di far parlare l’analista.

L’analizzante è l’opera dell’analisi. Questa opera perché un analizzante esista. Prima dell’analisi, siamo solo pazienti. (La condizione psicanalitica, Edizioni ETS, Pisa 2012, pp. 40-41).

 

Vendita di prodotti per la psiche. Non si può prescindere dalla comprensione. Ma non è tutto. Neppure l’essenziale. Cos’altro avrebbe spinto Freud a scrivere che la comprensione intellettuale di un sintomo non sposta la rimozione? Necessaria, la consapevolezza, ma non basterà mai.

Scortati da queste indicazioni di stile, avremmo dovuto fare analisi come medici o preti? Con diagnosi, prognosi e preci? Analisi didattiche come trainings, masters, stages, per allevare promoters, venditori di prodotti per la psiche? Condizionare il soffio [ψυχή] come anima da istruire e salvare?

Abbiamo dovuto aspettare Lacan che, raccogliendo il testimone caduto, riprendesse la corsa verso una formazione di nuovo etica, con la sua benedetta analogia: non c’è differenza tra analisi terapeutica e analisi didattica, salvo il sintomo, che nella seconda è il desiderio di diventare analista.

Gli altri hanno fobie, isterie, problemi sessuali, brutti sogni; noi abbiamo quel desiderio. È lui il sintomo, la nostra passione. (La condizione psicanalitica, Edizioni ETS, Pisa 2012, pp. 115-116).

 

Lettera dalla Cura, n. 14. Cari analisti e analizzanti, è molto tardi ormai ma sono ancora sveglia, sapete che dormo poco. La notte nel sud quando mi sveglio, ogni tanto penso all’essere. È stata tanto, per gli umani, questa breve parola. Talvolta quasi tutto. Teoria finale, teleologia, teologia, tronco, teca, tornaconto. Realtà e dio, percezione e vanità, in suo nome tante guerre e molti nomi. Ma spero di essere chiara, in questa lettera. La psicanalisi è l’occasione - mai vista prima, la strada - per rovesciare il tavolo del concetto, perché nessuno l’ha ascoltato così prima di lei, pochi cenni in filosofi e poeti, eppure infiniti segni. Lei, ascoltando l’essere tramite l’inconscio e grazie a lui, ha sentito la verità della verosimiglianza, detta da sempre in fondo. Che l’essere è domanda.

Voi siete dotati di inconscio. Come un organo, un potere, un matrimonio. Io no. Non ho questa dote, non potrei permettermelo. L’avessi, farei come voi, cercherei di possederlo. Capite che allora come Cura avrei chiuso, potrei andare a farmi benedire. Ma anche questo è già stato tentato.

Sto divagando, sarà questo profumo della notte d’estate.

L’inconscio, dunque voi, in quanto domanda. Senza fine né protezione né sinecura. Tanto da ridefinire la questione dell’essere: è domanda e non risposta, se non come caso del domandare stesso. Questo l’inconscio, questa la Seinsfrage. Questa la scoperta di Freud e della psicanalisi, questa la sua sovversione, tuttora inaccettabile per il sistema ideazionale dominante,gli umani che voi siete. Della psicanalisi il vostro sistema prende tutto, forse di malavoglia lo afferra e lo ricicla per renderlo inoffensivo, papabile, commerciale. Come con la musica e le arti, ha capito che più della cancellazione o del “rendere non avvenuto”, gli è funzionale la trasformazione in prodotto. Eppure lo sapevate, Adorno vi ha scritto dell’industria culturale. Il vostro sistema ideazionale assorbe tutto, con la sua pancia immensa grondante di bulimia. L’ha fatto con la nozione tradizionale di inconscio, travisandola da subito, con la teoria sessuale, la castrazione e la rimozione originaria, poi con la pulsione di morte, le posizioni kleiniane, l’oggetto transizionale, infine con l’oggetto a, il significante, il Nome-del-Padre, il manque-a-être.

Ma con l’inconscio in quanto domanda, con la Seinsfrage e il suo non, non può farcela. Se mi aiutate a trasformarla in me. Grazie per l’attenzione. La vostra Cura.

(La condizione psicanalitica, Edizioni ETS, Pisa 2012, pp. 142-143).

 

1 Freud, Die endliche und die unendliche Analyse [1937], in Gesammelte Werke, vol. XVI, Fischer Verlag, Frankfurt am Main 1950, p. 94; ed. it., in Opere, vol. XI, Boringhieri, Torino 1979, p. 531.

2 Lacan, La direzione della cura e i principi del suo potere, in Scritti, vol. 2, Einaudi, Torino 1974, pp. 581 e sgg.

3 Heidegger, L'abbandono, il melangolo, Genova 1983, p. 27.