STATI DELL’ARTE PSICANALITICA

 

Siamo orgogliosi di aver avuto Freud, che ha insegnato la maestà dell’inconscio.

La presenza di Todestrieb, un non-legame, un non del legame, un’assenza dentro ogni presenza.

Egli scrive, per la formazione: tutti i poteri sono d’accordo, rispetto alla psicanalisi, sul fatto che nessuno debba esercitarla.

Gli siamo grati, anche per l’augurio che l’io non sia signore nella propria casa.

 

 

Siamo orgogliosi di aver avuto Lacan, che ha insegnato come l’inconscio sia fatto di parole, incompatibile con soluzioni chimiche o psicoterapeutiche.

Ha insegnato che l’io è funzione di misconoscimento. Spesso travolto dal traffico che dovrebbe governare con sistemi difensivi inadeguati, nella miseria cui lo costringono.

Gli siamo riconoscenti, anche per aver mostrato il legame tra inconscio e società. La questione della politica, della vita comune, è profonda: ciò che Lacan chiama ordine e simbolico, la tessitura che avvince gli umani, è fatta dalle parole degli altri, a loro insaputa.

Come nessun altro, egli ha cercato le forme del vivere insieme degli psicanalisti. Solo l’essere-in-comune può contrastare l’isolarsi in un’impotenza, nelle sue forme più o meno depresse o narcisistiche.

Per Lacan, una formazione non distribuisce solo un insegnamento, ma «instaura tra i suoi membri una comunità di esperienza»1.

 

Qualcuno di noi è orgoglioso di aver avuto Rescio, che ha insegnato la potenza dei sistemi difensivi, costruendo un pensiero critico intorno alla clinica psicanalitica, che a buon diritto, dopo di lui, dovremmo chiamare clinica umana.

Ha indagato come il sistema ideazionale dominante poggia su meccanismi di misconoscimento sorretti da un principio di identità sempre più rancoroso e avido. Senza questa critica radicale della logica del pretendere, della complicità del sintomo, dell'orrore della finitudine, non potremmo vedere che in realtà non è il male, con cui hanno sempre vissuto, che ha fottuto gli umani, ma i suoi rimedi.

 

Siamo riconoscenti all’opera aperta dal Manifesto per la psicanalisi, la cui impresa, al di là della teoria, è la scrittura comune dei suoi autori, che scompaiono dietro il fare opera, confortando un desiderio di Maurice Blanchot.

Nonostante questi psicanalisti, per tacere di altri, e queste opere, fa sempre un certo effetto rilevare che le cose non sono cambiate.

 

* * *

 

1. Noi portiamo la peste. Non c’è per me altro gradus di riferimento.

Ciò che sta facendo la psicanalisi come lavoro per la sua fondazione mi interessa solo se porta la peste. Così, sono dalla parte della psicanalisi e cerco la sua arte, senza condizioni.

La peste è la psicanalisi, il suo stato d’arte, il mare dentro della sua inquietudine. Mi piacerebbe trovare e ritrovare ancora una domanda inquieta. Ma per tenere alta la passione del domandare, i fondi devono seminare. Lo stare insieme degli analisti li diffonde e li sparge, giustamente incontrando dissoluzioni.

La fondazione è come la formazione, deve saper perdersi. L’arte del maestro sta nel favorire che venga dispersa, mossa nell’ascolto dell’altro, nelle sue azioni, nella sua scrittura. I raggruppamenti psicanalitici si incagliano qui. L’esercizio della parola diviene esercizio del potere. La vita di un’arte comunitaria degli psicanalisti proviene da una serie di piccole morti, talvolta dure e lievemente crudeli, ma senza transiti non si va da nessuna parte.

La psicanalisi, quando fa economia di sé, è quasi sempre perché cerca una credenza cui prestare i servigi. Se non è critica, fatalmente finisce per servire. Talvolta i detrattori, piegati alle esigenze del mercato, dicono che non siamo scientifici, che non dotiamo i nostri allievi di una tecnica precisa; non sanno quale piacere ci fanno.

Comunque: né scienza né fede, né medici né preti, ma arte, e per cui morire.

 

2. La psicanalisi è l’arte per cui morire. O per avventura si crede di andare in analisi per un altro motivo?2.

Un’arte attraverso la quale saper morire. Non parlo di quella fisica, che sta in fondo, parlo di un altro fondo, l’incerto che è nell’esistere. Dico della morte che si passa vivendo. Da analisti, siamo interessati alla morte, a quella che, come la parola, attraversa le nostre giornate.

La psicanalisi sarebbe l’arte per cui imparare la morte. Saperla, prenderla? Non c’è verbo adeguato. Della morte, perché risponderne? Di essa si può solo domandare.

La sua domanda, o questione, è profondamente nella vita. La morte che è nella vita, ciò per cui le persone fanno analisi, gli analisti fanno analisi, non ha un verbo definitivo.

 

3. Gli stati dell’arte psicanalitica, oggi: dare voce all'incertezza della psicanalisi, ai luoghi del suo sapere dove non è certo di sé, dove la logica della risposta si incrina e perde colpi. Vi albergano cavità camuffate, dove il sapere si è cacciato nella tana, ha voluto il saldo finale. Non so se lanalisi sia un sapere, lo immagino, ma so che ogni sapere è unanalisi. Come lei, ha le sue cattedrali di certezza e a un tempo le falle, i cedimenti; i luoghi sacri e quelli profani, dove sempre il moto pestifero riconduce.

 

4. Vorrei poter dire della psicanalisi quel che Adorno dice della filosofia: che «si mantiene in vita perché è stato mancato il momento della sua realizzazione»3. Non si tratta di restare fuori dalla realizzazione, ma di costruirne, mancandola sempre, una propria.

 

5. «La psicanalisi è costitutivamente (in)attuale»4. Dunque sempre a venire. Occorre ogni volta fare la fatica di giungervi.

La psicanalisi, che oggi si pretende superata, resta da fare. Non abbiamo sufficienti regole e precetti, forse non li avremo mai. Facciamo teoria e clinica in nome di qualcosa di cui in fondo sappiamo sempre poco. Questa parte di mistero non è un male, ma un lavoro che attende.

 

6. Il giudizio sommario per cui la psicanalisi dovrebbe semplicemente interpretare il mondo rassegnandosi di fronte alla realtà, vorrebbe paralizzarla anche internamente. La psicanalisi residua, corretta in interpretazione di dati o comportamenti, abbandona infatti la domanda dell’inconscio, che è il suo cuore. Come se non bastasse, vi si respira un’aria disfattista, dopo che la trasformazione dell’inconscio in realtà oggettiva è fallita.

 

7. La sproporzione, divenuta luogo comune, tra il potere e l’interrogazione psicanalitica, è diventata così grande da vanificare i tentativi, ispirati dalla domanda di pensiero critico, di comprendere il dominante.

 

8. Il bisogno di oggettivazione di sé e dell’altro, di divenire cosa tra cose o il senza-pensiero, si inscrive nel mondo; che si presta a tale compito, sempre più a buon mercato. L’irrigidimento, l’irrigidito.

 

9. Il nostro campo non è quello della certezza, la nostra veritànon appartiene alla prova, la nostra speranza non è un sapere tecnicamente al riparo. In opposizione, il campo è la voce, la verità una testimonianza e la speranza che la psicanalisi non si deprima.

 

10. La regressione della psicanalisi, imposta dalle psicologie e psicoterapie, a marginale e quasi desueto settore specialistico, è lespressione palese del suo asservimento a queste. Solo una psicanalisi che si liberi da tale ingenuità e da questa sottomissione vale la pena di essere ulteriormente pensata.

 

11. Nessuna teoria sfugge più al mercato: ognuna viene offerta come un’opinione possibile tra quelle concorrenti, tutte possono essere scelte e, soprattutto, asservite.

Il suo nome, psicanalisi, non dice altro se non che i suoi oggetti non vengono assorbiti né risolti dal pensiero che li pensa.

La psicanalisi non ha da risolvere proprio niente. Il suo oggetto (le formazioni dell’inconscio) è tutto fuorché un oggetto (la psicanalisi è il senza-oggetto). La sua interrogazione critica non vende soluzioni ma fa arte etica di quello sciogliere differentemente implicito nella sua concezione del sintomo: esso non si risolve ma si dissolve, si scioglie altrimenti, in una differenza costitutiva. In questo senso, il sapere e la clinica psicanalitica contraddicono, sottraendovisi radicalmente, l’antico sogno dell’adaequatio rei et intellectus.

 

12. L’arte psicanalitica non ha stati. Talvolta d’animo o interessanti; non saprei se di sviluppo o avanzamento, tantomeno finali, di servizio per favore no, di coscienza direi poco, legali lasciamo perdere, di grazia perché no?

Licenziando altri stati, come portare la sua arte a una possibile grazia?

 

13. La formazione di cui facciamo opera è in psicanalisi e deve rispondere soltanto a questa. Forma in qualcosa che non conosciamo pienamente. Che è ogni volta da cercare, da trovare, da perdere nei suoi fondamenti. Questa è la dimensione pestifera. Non morale, non certa di sé, non teologica né conciliante.

 

14. L’arte psicanalitica, qualsiasi siano gli stati in cui si trovi, non ha da fondare un’istituzione. Un analista sa che il principio di quel tratto istituzionale necessario al mero stare insieme è la sua permanente revocabilità. Metafora di quell’impossibile che è la testimonianza psicanalitica, egli è revocabile, da che l’enigma, il segreto, lo trattiene: e non per risolverlo.

 

15. Il popolo-psi, educato ormai alla progressiva pace psicoterapeutica e psicologistica (fondata sulla lotta contro il “dolore psichico” per trasformarlo in un benessere benservito), tollera sempre meno la forma della contraddizione5.

 

16. La contraddizione è indice della verità del non che scava l’identità in rapporto alla sua pretesa di esserne immune, alla sua volontà di trasferimento senza resti del contenuto del detto o del pensato nel dire o nel pensare. Nel lavoro dell’inconscio non si dà trapasso senza residui di reale; il domandare dell’inconscio si incarica proprio di tale costante tra-passo.

 

17. Ma l’apparenza dell’identità inerisce al pensiero stesso. Soddisfatto, l’ordine dominante si pone di fronte a ciò che il pensiero vuole capire. Si può immaginare l’ordine a pranzo, con la sua fame di sapere sistematico. Ma la tavola è stata apparecchiata dall’inconscio in quanto domanda dell’essere (Seinsfrage). Il pensiero è solo un ospite. Lo spaesamento, testimone salutare nella nostra etica, dice dell’inevitabile con-fusione che impedisce all’identità di placarsi nella mera parvenza. La contraddizione non si può mettere da parte per decreto, magari con la rassicurazione che ci sarebbe un ente in sé al di là delle formazioni dell’inconscio.

 

18. L’arte dell’analisi non possiede alcuno dei suoi oggetti. Non produce il fantasma di un tutto; già lo fa il sintomo. Perciò non può essere compito di un’interpretazione analitica produrre l’identità dell’oggetto con il concetto, esaurirlo in questo. È tramite il lavoro del non (del domandare che l’inconscio è) che l’opera si dispiega.

 

19. Tuttavia il prevedibile, siano le procedure regolate da modelli clinici o l’applicazione di concetti a ciò che la loro definizione comprende, potrà essere utile come tecnica in senso lato: per una psicanalisi non allineata è proprio indifferente. Per principio può sempre fallire (andare a vuoto); solo per questo può ottenere qualcosa.

 

20. La materia della psicanalisi è la parola. Non cemento né chimica, è il sapere più materialista che esista. Dove la materia non si può toccare. Ma non serve. Perché le parole non si possono palpare? Non ne hanno bisogno. La parola, l’unica materia al mondo che distrugge i corpi o li fa godere, senza toccarli.

 

21. Nel nostro campo gli oggetti non sono dati o enti ma sono sempre del desiderio. É ridicolo chiedere agli analisti notizie sugli oggetti cosiddetti reali. Ne sappiamo quanto chiunque altro: poco. Lo chiedano ad altre professioni della psiche, il cui stato sia quello degli oggetti misurabili, cognitivizzabili.

 

22. Ciò che vi è di doloroso nella psicanalisi è il dolore del mondo, elevato a interrogazione.

 

23. L’analisi si inclina dove si disegna una forma, nello spazio eterno del domandare. Ecco la carovana lenta e immensa dei sintomi, la parola rilascia di sé il male che può. Certi giorni si sente. Di tutto il dolore del mondo non c'è misura. La miglior prova che la veritàdel domandare non ha la forma dell'esattezza.

 

24. Si va in analisi con una domanda (di cura, aiuto, sostegno) che tutto è fuorché una domanda, si aspetta l'offerta del prodotto che, acquistato, colmeràla domanda.

 

25. Invece, si va in analisi con una domanda finta e si esce con una vera.

 

26. Ognuno di noi è nato da una parola. Figlio di un verbo o di una congiunzione, è geloso di ciò che la parola da cui è nato non è mai stata: un fatto. Si dàla colpa alle parole per non essere stati partoriti da fatti, ma da interpretazioni.

 

27. Il pensiero non custodisce alcuna sorgente, la cui freschezza potrebbe dispensarlo dal pensare.

 

28. “Terapia”, da therapeyo, “assisto, curo, sostengo, guarisco”. Dalla radice ther- o thar-: “tenere stretto, sostenere, contenere”.

Analisi”, da analuo, “sciolgo”.

Come si vede, psicoterapia e psicanalisi provengono da ceppi opposti dell'idea di cura: “tenere fermo” contra “sciogliere, dis-solvere”.

 

29. Non possiamo sapere come la psicanalisi possa lasciare in pace poiché, per lavorare, ha bisogno dello sconforto.

In ogni analisi qualcosa sfugge all'analizzante e all'analista e se questi non dice dell’evanescente, dell’enigma che resta nella loro azione, il rischio è che il segreto cominci a scomparire. Perché sfinito dall'accanimento terapeutico - il modo più sicuro per trasformare un'analisi in psicoterapia - o per via del suo ritrarsi del tutto.

 

30. Oltre il potere del sintomo e degli apparati in favore della difesa, si dà tuttavia quanto l'umano ha di più proprio, un domandare del suo essere che non ha fine. Non assicura niente, se non un costante movimento di fondazione, nella nostra psicanalisi.

 

31. Come può una fondazione comune tra analisti non trasformarsi in una chiesa, un esercito? Posto che un'istituzione si fonda su una credenza nelle sue parole e nei tornaconti che offre in cambio dell'adesione, quel che l'analisi domanda alla persona nella cura non è di sostenere la propria credenza, ma di non sostenerla6.

 

32. Lacan scrive che la sua École nasce da una scelta dei suoi membri deliberata: quella di essere esclusi volontariamente dalla psicanalisi dominante7. È ancora la nostra situazione. Se siete qui è perché vi togliete, e per scelta, dall’establishment psicanalitico/psicoterapeutico. La cosa ha delle conseguenze.

 

33. La psicanalisi non è fatta per essere riconosciuta.

 

34. La psicanalisi è un sapere bollato da tempo come non medico, non scientifico, non umanistico, non tecnico, non assoluto, non monoteista, non soddisfacente, non scambiabile, non verificabile, non falsificabile, non commestibile, non trasmissibile, non religioso, un sapere che è non. Nonostante questo, tutti la vogliono, tutti la cercano.

Qualsiasi altro sapere così vago, così non, sarebbe finito nella pattumiera del tempo, chiuso nella prigione della storia e buttata via la chiave. Invece, siamo sempre lì, noi, lei, come animali sulla preda.

 

35. Dell’analisi, andrebbe detto alla fine solo quello che René Char dice della poesia: «è l'amore realizzato del desiderio rimasto desiderio».

 

36. Tutti chiedono della realtà della psicanalisi, a me interessa la lealtà della psicanalisi, per lei, a lei.

Non è forse questa la regola fondamentale da cui tutto è cominciato?

 

[Intervento al X Congresso della Fondation Européenne pour la Psychanalyse, "La formazione dello psicanalista oggi", Roma, Residence Ripetta, 16-18 maggio 2014]

 

 

1J. Lacan, Proposition du 9 octobre 1967 sur le psychanalyste de l'École (première version), ora in Autres écrits, Seuil, Paris 2001, pp. 576 e sgg.

2Cfr. il mio Larte per cui morire, in Aa. Vv., Le storie che durano, Edizioni ETS, Pisa 2002.

3T. W. Adorno, Dialettica negativa, Einaudi, Torino 1971, p. 3.

4A. Rescio, Inconscio e umorismo, in Trieb1, La Spezia 1982, p. 5. Cfr. A. Zino, Two Lovers, in Psicanalisi Critica RiVistan.1, marzo 2014, Edizioni ETS, www.psicanalisicritica.it.

5Adopero «forma» nel senso di Roland Barthes in Comment vivre ensemble, Seuil, Paris 2002.

6 D. Lachaud, in Nodal 1, 1984, p. 174.

7J. Lacan, Proposition, op. cit.