Pittura & scultura

 

«Le immagini non sono mai inerti e passive. Esse vivono di tensioni in atto, cioè di movimenti dialettici che le agitano e che le rendono in un certo senso impure. Anche le immagini all’apparenza più statiche e chiuse nella loro bellezza apollinea sono in realtà (…) perennemente inquietate da una componente sotterranea sempre pronta a riaffiorare; questa componente ha a che fare con il sintomo, con l’informe organico, con i desideri e le passioni corporali. Gli storici dell’arte tradizionalisti hanno spesso eluso questa componente perturbante e ricoperto le forme di vesti idealizzanti di stampo filosofico o letterario, andando alla ricerca attenta delle fonti letterarie o delle teorie filosofiche di cui un’opera si fa, allegoricamente, figura».

Daniela Barcella, Sintomi, strappi, anacronismi, et al./EDIZIONI  

 

Immagini inquietate, prima ancora che inquietanti. Immagini impure.

 

Nel 1907 il giovane Rilke è a Parigi. Ancora alle prese con un romanzo che non vuole saperne di farsi chiudere, si imbatterà nei quadri di Van Gogh. Scriverà alla moglie Clara che Van Gogh «dipingeva nei giorni di massimo terrore gli oggetti più terrorizzati».

 

Anche qui qualcosa agita, rende la materia delle immagini corpi palpitanti, feriti, indomabili. Sempre attraversate e scosse da una dissomiglianza che le rigetta in un luogo Altro, da cui levano il loro sguardo senza oggetto capace di strapparci dalla consuetudine.     

Non si tratterà, quindi, di dis-spiegare l’immagine per stanare il fantasma inconscio dell’artista, fare del testo o del discorso una veste srotolata per coprirne i vuoti, le resistenze opache, le aperture di cui non si intravede il fondo. La parola, qui da noi, non mira a deprimere le immagini rendendole figure cliniche dell’apatia ma vuol farsi, di esse, limite e mancanza, domanda interminabile, segno ogni volta rinnovato di una fondamentale compromissione.